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L’Odissea di Nolan non è solo un viaggio

di | 2026-07-23T20:17:32+02:00 26-7-2026 0:40|Sezione9, Spettacolo|0 Commenti

NAPOLI – L’approccio del regista Christopher Nolan al mito omerico dell’Odissea è crudo, introspettivo e profondamente incentrato sul trauma. Più che una semplice avventura, il viaggio di ritorno verso Itaca diventa l’espiazione di un uomo distrutto dal senso di colpa per gli orrori commessi durante la Guerra di Troia. Il film sposta il focus dall’intervento divino puro a una “crisi quasi religiosa” del protagonista: gli dèi non sono entità onnipotenti che scendono dal cielo, ma diventano incarnazioni psicologiche dei demoni interiori dei personaggi. Chi temeva che il vizio di Nolan di giocare con le linee temporali potesse rovinare il mito, dovrà ricredersi. Il testo originale dell’Odissea, in realtà, è forse una delle prime opere non lineari della storia della letteratura, e questa struttura si sposa perfettamente con lo stile del regista.

I flashback della guerra e gli sbalzi temporali restituiscono allo spettatore il senso di disorientamento e l’ipnosi del viaggio. Certo, la pellicola ha diviso in parte la critica: c’è chi ha amato questa rilettura che dona a Nolan un “cuore” e un’emotività inediti, e chi, al contrario, ha trovato la sua regia fredda e calcolata, “con la precisione millimetrica di un ingegnere navale”, lamentando la perdita del senso di “meraviglia” mitologica a favore di un realismo cinico. The Odyssey non è una trasposizione pedante da libro di scuola, ed è per questo che funziona. È un kolossal lungo quasi tre ore che chiede molto allo spettatore, lasciandolo, sui titoli di coda, con lo stesso senso di sfinimento emotivo del suo protagonista.

È un’opera grandiosa, imperfetta in alcune scelte ma indiscutibilmente pensata per essere vissuta sul più grande schermo possibile. Fino a che punto un uomo – Ulisse, Nolan, noi – è disposto a spingersi per comprendere i propri errori, le proprie mancanze, le proprie debolezze? È questa la domanda che il regista sembra voler affrontare, scegliendo di raccontare l’opera che, più di ogni altra, contiene l’intera complessità dell’esperienza umana. L’Odissea non è soltanto il racconto di un viaggio verso casa. È il percorso di un uomo costretto ad attraversare il fallimento, il desiderio, il dolore e la perdita per arrivare a una consapevolezza nuova di sé. Ogni incontro, ogni prova, ogni deviazione lo priva di una certezza, fino a lasciarlo con una sola possibilità.

È qui che risuona la frase di Calipso: tutto ciò che serve, alla fine, è un atto di fede. Non una fede ingenua, né la pretesa di avere tutte le risposte, ma il coraggio di affidarsi al Mistero. Accettare che non tutto possa essere controllato o compreso, che esista una forza più grande della nostra volontà capace di condurci anche quando la rotta sembra smarrita. Solo chi rinuncia all’illusione di dominare ogni cosa può davvero continuare il viaggio. Forse è proprio questo l’aspetto dell’Odissea che ha affascinato Nolan: l’idea che, oltre un certo limite, la ragione da sola non basti. Per tornare a Itaca serve anche un atto di fede, il coraggio di affidarsi a ciò che sfugge al nostro controllo. Non per rinunciare a capire, ma per accettare che il Mistero non è il contrario della conoscenza: è ciò che la rende possibile.

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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