MILANO – L’espressione “Questione meridionale” cominciò ad essere usata dopo l’unità d’Italia (1861) per indicare le problematiche diffuse nel Mezzogiorno, tra le più gravi soprattutto un basso livello di sviluppo economico, un carente e arretrato sistema infrastrutturale e amministrativo oltre che un diffuso disagio sociale e civile; condizioni da sempre humus ideale per l’esercizio di una “cattiva politica” e per lo sviluppo di varie forme di criminalità organizzata. Tante, da allora, le misure a cui si è fatto ricorso per cercare di colmare questo gap del paese, dalle inchieste parlamentari sostenute da vibranti denunce, allo stanziamento di fondi governativi, ad approfonditi studi politico-sociologici; tutto materiale insomma che un osservatore poco attento definirebbe il tipico oggetto di monografie storiche specialistiche, lontane dalla vita reale. 
Questo disastro storico, al contrario, perdura ed a ben delinearne i caratteri sono i dati dell’ultimo rapporto SVIMEZ 2026 che evidenzia una “doppia fuga” dal Mezzogiorno. Tra il 2002 e il 2024, quasi 350.000 laureati under 35 hanno lasciato il Sud verso il Centro Nord (63.000 all’estero), a questo si aggiunge un aumento degli over 75 emigrati (quasi raddoppiati, da 96mila a 184mila). Sono i cosiddetti “nonni con la valigia” che si muovono per il ricongiungimento a familiari o per l’annosa carenza dei servizi sanitari dei paesi e regioni d’origine. Tale fenomeno, racchiuso nella formula “un Paese, due migrazioni”, comporta sia un costo di circa 6,8 miliardi l’anno, sia soprattutto il drastico impoverimento del capitale umano e culturale nel Mezzogiorno.
In definitiva si deve continuare a parlare, anche al di fuori dei manuali storici, della perenne attualità della questione meridionale, anche se oggi essa è diversa per la qualità dell’esodo e per la sua accelerazione. Non più valigie di cartone e vestiti laceri, ma tanto di pergamena in tasca per giovani laureati di entrambi i sessi che si spostano alla ricerca di un lavoro qualificato e ben retribuito. Nell’ultimo rapporto Svimez si segnala ancora che, nonostante la crescita degli occupati dovuta soprattutto ai fondi del PNRR tra il 2020 e il 2023, le persone che vivono in povertà assoluta sono cresciute di 250 mila unità. In questo quadro sconfortante va rilevato che esistono nelle regioni meridionali alcune “punte di diamante” per le attività produttive/industriali e, sempre secondo gli studi Svimez, il 25 per cento delle medie e grandi aziende del Sud è comunque inserito in settori strategici legati alla crescita futura globale, soprattutto per contrastare il cambiamento climatico e assicurare i servizi essenziali necessari per la transizione verde. 
Ora, come nel periodo post-unitario, quello che manca sono le scelte politiche organiche ed a lungo termine sulla reindustrializzazione del Sud e sulla crescita e miglioramento del sistema infrastrutturale, non già con la logica di privilegiare alcune zone, generando solo uno sviluppo parziale, a “macchia di leopardo”. Restano invariati, dopo oltre 150 anni di Storia i roboanti proclami bipartisan dei vari governi, ne sono testimonianza le miriadi di “cattedrali nel deserto,” costruite e poi abbandonate con un dissennato sperpero di danaro pubblico e senza alcun vantaggio economico per i territori a cui erano destinate, anzi con un deterioramento ambientale gravissimo e un allarmante peggioramento della qualità di vita per i residenti. Perfino il turismo, che potrebbe rappresentare il futuro per il Mezzogiorno, non riesce a divenire un volano trainante.
Un barlume di speranza è rappresentato dagli Atenei meridionali che attualmente attirano di più, con immatricolati locali stabili e flussi verso il Nord ridotti da 24mila (2021/22) a 17mila (2024/25); ma per invertire la rotta servirebbero politiche mirate come incentivi fiscali, investimenti in Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e nel welfare sanitario. Sempre più necessario, quindi, porre fine alla fuga di cervelli e trasformare l’emigrazione in circolarità. Molto interessante la proposta emersa durante il convegno SVIMEZ di introdurre, a livello europeo, un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella “trappola dei talenti”. 
Il Graduate Staying Premium potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, in quanto consentirebbe di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo così sia divario rispetto alle aree più forti, sia rendendo concretamente più praticabile “il diritto a restare” per evitare il pericolo di un Mezzogiorno sempre più impoverito dal punto di vista demografico. .
Adele Reale

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