NUORO – Nell’Europa occidentale esiste un paese nel quale ancora è particolarmente viva la presenza degli orsi allo stato selvatico. Questo paese è la nostra Italia. Si dice che gli orsi siano animali onnivori, in realtà però sono carnivori che, vivendo in regioni dove il cibo spesso scarseggia, si sono adattati alla situazione ricorrendo ad una dieta più varia costituita da frutta dei boschi, lombrichi, insetti e altre sostanze vegetali.

Il naturalista Peter Krott con uno dei suoi orsi
Nella primavera del 1959, il naturalista austriaco Peter Krott, convinto di poter salvare l’orso trentino dall’estinzione, si adoperò per portare avanti un esperimento nella sua tenuta. Andò di persona a prendere due piccoli orsi allo zoo Tesin di Praga, e con la moglie Gertrude, donna affabile e valida scienziata, decise di allevarli in casa alla presenza dei figli di 5 e 4 anni, Martin e Max. Fu ritenuto un folle e scriteriato per il ménage familiare da lui creato.

Gertrude Krott, la moglie di Peter
Per diversi mesi i piccoli plantigradi furono la gioia della sua famiglia, i compagni di giochi dei bimbi, dei soddisfatti commensali alla tavola del dottore, poiché erano nutriti con latte, polenta e succulenti salumi, ma subirono anche la curiosità e in seguito l’emarginazione sociale da parte della popolazione locale.
Tra la primavera del 1959 e l’estate del 1960, nel cuore delle Dolomiti, al cospetto del Brenta, a Cavria di Carisolo, tra i boschi della Val Rendena, i due cuccioli di orso bruno dei Carpazi, battezzati dal dottor Krott con i nomi di Bumsli e Sepha, condivisero con lui e la sua famiglia la casa, la cucina, il bagno e la camera da letto, nutriti con salame, formaggio e bottiglie di latte. Nei mesi di convivenza il dottore e la moglie si occuparono di Bumsli e Sepha non meno di quanto non facessero con i figli Martin e Max, facendo loro il bagnetto, dormendo con loro, trasformando la stalla per gli animali in un vero e proprio maso dove gli orsi potevano trascorrere serenamente il periodo del letargo. 
Come il dottor Krott scrisse in un libro in cui raccontò questa singolare esperienza di vita, riusciva a comunicare con Bumsli e Sepha emettendo dei suoni gutturali, una sorta di “iaa-iaa-iaa”, come già aveva fatto in precedenza negli anni ‘50 nella tundra della Finlandia con i ghiottoni. Il fatto di allevare animali selvatici in casa non era ben visto da tutti, anche perché spesso gli orsi non sempre avevano comportamenti tranquilli verso gli altri umani che non appartenevano al loro “branco”.

La signora Krott
Peter Krott voleva tentare un’immissione dei plantigradi nel territorio della Val di Genova dove si ergevano numerose grotte e crescevano rigogliosi cespugli e lamponi. Era convinto che Bumsli e Sepha potessero trovare, in quei luoghi, un sicuro rifugio durante l’inverno, come scrisse sul numero 7 della rivista “Successo” nel 1960. Nonostante le aspettative del dottore, i due orsi non furono in grado vivere liberamente affrancandosi dalla famiglia di umani che li aveva allevati e cresciuti facendo raggiungere loro la stazza di circa 100 kg ognuno.
Per questo, nel luglio 1960, Bumsli e Sepha, dopo aver spaventato turisti curiosi, terrorizzato cercatori di funghi, razziato galline, distrutto il tubo di plastica che portava verso valle il latte delle malghe, rovesciato damigiane di vino mettendosi a danzare ubriachi, vennero allontanati dall’abitazione dei Krott e condotti nella fossa per orsi che l’amministrazione comunale di Trento aveva realizzato e inaugurato il 10 ottobre 1959 a Sardagna, e dove già vivevano tre orsi donati da un circo alla città di Trento. Per il dottor Krott fu un duro colpo, come se gli dovessero portare via entrambi i figli. Piuttosto che in gabbia avrebbe preferito per loro una fucilata e una morte certa. Però accettò, seppur a malincuore, tale decisione. 
Qualche giorno dopo l’allontanamento dalla sua casa dei due orsi, durante un’intervista, Krott cercò di difendere gli animali, di screditare le voci trapelate contro di loro come maldicenze gratuite, e affermò che sarebbero bastate un paio di settimane, fino alla maturazione dei mirtilli, perché Bumsli e Sepha partissero per la stagione degli amori, senza interrompere l’esperimento da lui ideato e arrecando gravi danni alla scienza. Lo stesso scienziato accompagnò gli orsi presso la fossa di Sardagna e, seppur con dolore e profonda amarezza, fu lui stesso chiudere la gabbia di Bumsli e Sepha.
La storia però non finisce qui. Dopo solo 24 ore dalla sua “carcerazione”, all’alba, Bumsli, arrampicandosi alle pareti della fossa, riuscì a scappare. Sulla strada che conduceva a Sardagna incontrò il custode che portava del latte per lui e Sepha. L’orso non mostrò aggressività né fu violento verso l’uomo, bevve il latte e proseguì per la sua strada, visto che ormai si era fatta mattina, dirigendosi dapprima all’Hotel Panorama e successivamente alla funivia. Grazie all’intervento dei vigili del fuoco, dei vigili urbani, dei dipendenti del foro boario, dell’accalappiacani comunale Lino Nicolussi e persino del sindaco, il dottor Nilo Piccoli, l’orso fu ricondotto presso il recinto e nuovamente rinchiuso nella fossa.
Ma il giorno successivo, il 30 luglio, a fuggire fu Sepha, che si spinse fino alla Vela passando per il bar, il campo di tiro al piattello e il bosco, senza che nessuno riuscisse a fermarla. La gente fu assalita dal terrore. Qualcuno le offrì persino un secchio di latte corretto con grappa per farla sbronzare e magari addormentare, ma lei disdegnò l’offerta, e quando un uomo cercò di darle dell’erba da mangiare, per poco venne mangiato da lei. Fu pertanto necessario l’intervento di Krott che, comunicando con l’orsa attraverso i segnali gutturali che Sepha conosceva molto bene, riuscì a riconquistare la sua fiducia. Lui le parlò poi dolcemente in tedesco, lei gli si strofinò addosso e lo seguì, docile, fino alla gabbia che era stata cosparsa di miele. Così si poté riportarla a Sardagna.
Però la convivenza tra Bumsli, Sepha e gli altri tre orsi risultò assai difficile, perciò l’amministrazione comunale pensò di costruire un’altra gabbia nel parco di Gocciadoro. Nel luglio del 1962 i due orsi vennero trasferiti trovando il giusto habitat e la meritata serenità, tanto che riuscirono a mettere al mondo due orsetti. La progressiva diminuzione degli orsi nel territorio trentino ha fatto ipotizzare più volte un ripopolamento tramite l’immissione di esemplari provenienti da altre aree affinché potessero insediarsi nel territorio del Brenta.

L’orsetta Sepha
Dopo quattro tentativi andati a vuoto, si è arrivati al ripopolamento tramite il Progetto Life Ursus avviato nel maggio 1999 e conclusosi nel 2002 con l’immissione di dieci plantigradi. Le immagini di Bumsli e Sepha comunque hanno fatto il giro del mondo, strappando un sorriso anche ai più scettici che non credevano nella possibilità che un orso potesse convivere, in stato di semi cattività, con un essere umano.
L’esperimento di Peter Krott non ha avuto l’esito sperato, eppure le sue parole denotano l’affetto, per non dire l’amore che provava per Bumsli e Sepha. “Non avrei cambiato quel posto con nessun altro al mondo. Far colazione con due orsi nell’alto delle montagne era la mia idea di paradiso. Avere a che fare con gli orsi è un gioco da ragazzi rispetto al doversi confrontare con la stupidità umana”.
Nella valle trentina, ancora oggi, permane il ricordo di quell’estate tanto magica quanto fuori dal comune: l’estate degli orsi.
Virginia Mariane
Nell’immagine di copertina, il dottor Peter Krott a letto con i figli e i due orsi Bumsli e Sepha

La nostra baita, Cavria sopra il paesino di Carisolo.