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Le Idi di marzo fatali per Giulio Cesare

di | 2026-03-12T18:18:28+01:00 15-3-2026 0:40|Personaggi, Sezione9|0 Commenti

ROMA – Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito la celebre frase: “Tu quoque, Brute, fili mi”. Ma Giulio Cesare, il 15 marzo del 44 a.C., pronunciò davvero quelle parole? Si tratta di una leggenda letteraria e di una rielaborazione poetica o di una citazione storica diretta e attendibile? Quali furono, in realtà, le ultime parole pronunciate dal generale romano, una volta accoltellato? E ancora, parlò in latino oppure, in punto di morte, Giulio Cesare, come riportato dallo storico Svetonio, disse in greco “Καὶ σὺ, τέκνον” (anche tu, figlio), rivolgendosi al suo pupillo Marco Giunio Bruto? O morì in silenzio, coprendosi il volto con la sua toga, mentre riceveva i 23 fendenti, emettendo solamente qualche gemito?

L’assassinio di Giulio Cesare, William Holmes Sullivan

Secondo le fonti, alle ore 11 del 15 marzo 44 a.C., Giulio Cesare lasciò la propria casa senza scorta per andare nella Curia, dai senatori, nonostante fosse stato messo in guardia da sua moglie Calpurnia, da un suo schiavo, dal maestro Artemidoro di Cnido e dall’aruspice Spurinna. Va detto che, poco tempo prima, Giulio Cesare era diventato “dictator perpetuus”, ossia dittatore a vita. Si sarebbe poi autoproclamato “rex”? Non lo sapremo mai, ma questa era la più grande paura dei senatori, che decisero di tramare il suo assassinio.

Caesar Dict Perpetuo

Il segnale del Cesaricidio era ben chiaro: Cimbro doveva gettarsi ai piedi di Cesare, come per implorarlo. Solo dopo quel gesto emblematico, Casca, per primo, avrebbe potuto iniziare a colpirlo, seguito, poi, dagli altri senatori. “I congiurati lo circondarono come per rendergli onore e subito Cimbro Tillio, assuntosi l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore: Cesare però non volle ascoltarlo e rimandò la cosa ad altro momento. Allora Tillio gli afferrò la toga da entrambe le spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è davvero violenza!», uno dei due Casca lo ferì da dietro, poco sotto la gola”, scrisse Svetonio. Fu così che, dopo 23 coltellate, Giulio Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, suo nemico in guerra, dopo il fendente inferto da Bruto. “Quando vide Bruto che aveva sguainato la spada, tirò la toga sulla testa e si lasciò cadere, sia per caso, sia spinto da coloro che lo uccidevano, presso la base su cui è collocata la statua di Pompeo”, scrisse, invece, Plutarco.

Le Idi di Marzo

Anche nei suoi ultimi attimi, il generale romano prestò attenzione all’immagine e al ricordo che avrebbe potuto lasciare. Il giudizio altrui, il decoro personale e la dignità nell’aspetto sono stati gli ultimi tesori da custodire per salvaguardare l’immagine dell’uomo politico, del militare, dello scrittore, dell’oratore romano nonché dell’abiile militare, uno tra i migliori generali di ogni tempo. “Accortosi che era assalito da tutte le parti con i pugnali sguainati, avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra tirò l’orlo fino ai piedi, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo”, dichiarò il biografo romano Svetonio. Dopo la congiura, alcuni senatori scapparono. Altri diedero l’allarme. Quel che è certo è che Giulio Cesare rimase per ore da solo, ferito e agonizzante, prima che alcuni schiavi, una volta caricato su una lettiga, lo riportarono a casa. Per Dione, Cesare “fu ucciso dalle molte ferite”. Per Svetonio, “nessuna di tante ferite, come sosteneva il medico Antistio, fu letale tranne quella ricevuta per seconda al petto”.

La morte di Cesare, Jean-Léon Gérôme

È grazie al “De vita Caesarum” di Svetonio se, al giorno d’oggi, sappiamo tutti questi dettagli. Ma è anche per merito dello storico greco Plutarco, con il suo “Vite parallele”, e la “Storia Romana” di Cassio Dione se, oggi, abbiamo a disposizione così tante informazioni sulle Idi di Marzo. Sono trascorsi esattamente 2070 anni da quell’omicidio (che segnò le sorti della memoria storica di Roma). Il mistero delle ultime parole di Giulio Cesare è svanito nel tempo, a differenza delle sue gesta. Probabilmente quel tradimento personale è rimasto sigillato tra le mura del teato di Pompeo, con testimoni gli assassini del generale romano, nel lontano 44 a.C., e non si saprà mai cosa sia stato detto di preciso. Sempre che qualche parola sia effettivamente stata pronunciata. Forse Giulio Cesare non disse mai la frase latina “Tu quoque, Brute, fili mi” (anche tu, Bruto, figlio mio), diventata famosa grazie a Shakespeare che, nel 1599, nella tragedia intitolata “Giulio Cesare” citò “Et tu, Brute? Then fall, Caesar!” (Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare!). Forse, al tempo, venne detta, molto più probabilmente, una frase in greco, sottolineando il tradimento ricevuto da qualcuno considerato come un figlio: “Καὶ σὺ, τέκνον” (anche tu, figlio). Dopotutto, all’epoca, la lingua usata dalle élite era il greco antico, non il latino.

Cesare e Bruto

“Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, sussurrato dopo il primo colpo; ma secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che gli si scagliava contro: «Anche tu, figlio?», riportò nei suoi scritti Svetonio. E se Giulio Cesare, come ha ammesso lo stesso Svetonio, avesse solamente emesso un gemito, rimanendo nel totale silenzio? Si tratterebbe, comunque, di un sospiro emesso nella consapevolezza di essere stati traditi. Ciò che resta tangibile, comunque, a distanza di così tanti secoli, è il senso di stupore nello scoprire chi fosse uno dei responsabili della congiura. In fin dei conti, ciò che conta per davvero ricordare è semplicemente la delusione per il tradimento subito da parte di qualcuno considerato una persona amata e su cui era stata riposta una grande fiducia, proprio come fa un padre nei confronti di un figlio. Proprio come aveva fatto Giulio Cesare nei confronti di Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia, nota amante di Cesare.

Alice Luceri

Nell’immagine di copertina, La morte di Giulio Cesare dipinta da Vincenzo Camuccini

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