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Le frecce avvelenate più antiche della storia

di | 2026-01-15T13:31:49+01:00 18-1-2026 0:35|Sezione 8, Storie|0 Commenti

ROMA – Punte di freccia in pietra, trovate in Sud Africa e risalenti a circa 60.000 anni fa, sono state studiate da un team di ricercatori delle Università di Stoccolma e Johannesburg. A inizio gennaio 2026 è stato pubblicato uno studio, sulla rivista Science Advances, in cui è stato reso noto come questi reperti siano, ad onor del vero, le più antiche armi in cui sia stata mai rilevata, fino al giorno d’oggi, la presenza di tracce di veleno. Ma a cosa servivano le punte avvelenate di queste frecce? Come venivano realizzate? E, soprattutto, quale tipologia di veleno veniva scelta? I reperti, prelevati da uno strato risalente a 60.000 anni fa, sono stati rinvenuti nella provincia costiera sudafricana di KwaZulu – Natal, più precisamente nel sito archeologico di Umhlatuzana Rock Shelter, un luogo chiave per lo studio dell’evoluzione dell’uomo.

Rifugio roccioso di Umhlatuzana (Anders Högberg, Marlize Lombard)

Su 216 punte di freccia a disposizione ne sono state esaminate soltanto 10, in modo da preservare gli altri materiali per ricerche future. A seguito di attenti esami microchimici e biomolecolari mirati, il risultato è stata una scoperta senza eguali. “In effetti, le più antiche punte di freccia avvelenate, conosciute prima di questa scoperta, risalivano a circa 7000 anni fa”, ha dichiarato Marlize Lombard, professoressa di archeologia cognitiva e dell’età della pietra presso Università di Johannesburg e coautrice dello studio internazionale.

Marlize Lombard

Fino a poco tempo fa, i più antichi segni di veleno applicato sulle punte di freccia erano stati trovati su reperti archeologici datati a metà dell’Olocene. Oggi la storia è cambiata e grazie a questa recente scoperta è stato precisato come reperti del medio Pleistocene presentino del veleno sulle punte delle armi da caccia. Nello specifico, su 5 delle 10 punte di quarzo analizzate è risultato presente del veleno di origine vegetale.

Le tracce delle sostanze individuate appartengono ad alcaloidi tossici, strettamente collegati alla famiglia delle Amaryllidaceae. È emerso che la pianta usata sia stata la Boophone disticha, una specie cespugliosa ampiamente sfruttata in passato per avvelenare le punte di freccia, ancora presente in Sud Africa e conosciuta localmente come “gifbol” o “bulbo velenoso”.

Boophone disticha

Si tratta di una chiara testimonianza della conoscenza che gli uomini preistorici avevano di varie piante velenose? Di certo si è di fronte ad una prova diretta dell’uso di veleno applicato dai cacciatori dell’epoca sulle punte di freccia microlitiche di 60.000 anni fa, come recita il titolo dell’articolo scientifico pubblicato il 7 gennaio 2026 dal team dei ricercatori svedesi e sudafricani. Tuttavia, il dettaglio chiave dello studio è stato l’esito della comparazione tra i dieci microliti di quarzo di 60.000 anni fa e quattro punte di freccia in osso avvelenato risalenti a 250 anni fa. Infatti, sono state trovate tracce chimiche simili. Una vera e propria dimostrazione di come gli antenati dell’homo sapiens sapiens fossero già in grado di comprendere la lenta azione di quel preciso veleno contenente bufandrina ed epibufanisina, sostanze altamente tossiche tipiche della Boophone disticha.

Bufanidrina e epibufanisina rilevate in un campione (Isaksson et al, Sci. Adv., 2026)

“Trovare lo stesso veleno su reperti preistorici e storici indica una straordinaria continuità di conoscenze”, ha ammesso Sven Isaksson, docente di archeologia all’Università di Stoccolma, autore dello studio nonché responsabile delle analisi sui residui organici dei reperti esaminati. Un’evidente conferma di un sapere tramandato per millenni. Una palese attestazione di come, sin dall’epoca, esistessero metodi di caccia avanzati, molto prima di quanto si pensasse. Ad ogni modo, un dato è certo: le tossine del veleno in questione non sono così potenti da uccidere all’istante, motivo per cui si può ipotizzare che “la funzione principale della tossina sia stata, ai tempi, quella di ridurre il tempo necessario per rintracciare e sottomettere l’animale ferito, abbassando così il costo energetico complessivo della caccia”, ha aggiunto Isaksson.

Sven Isaksson

I predecessori dell’uomo moderno conoscevano, dunque, le precise tempistiche del veleno che avrebbe indebolito le loro prede. Fu così che, con gli anni, le comunità di cacciatori svilupparono strategie di sopravvivenza sempre più avanzate, basate principalmente sulle conoscenze della natura circostante. Gli antichi cacciatori conoscevano le loro prede, i loro comportamenti e, ormai è chiaro, anche le modalità più adatte per cacciarle. Insomma, l’uomo preistorico non solo sapeva abilmente adoperare arco e frecce, ma era in grado di sfruttare consapevolmente le differenti sostanze tossiche naturali. Analisi di punte di freccia con cicatrici da impatto (Isaksson et al, Sci. Adv., 2026) A tal proposito, Andres Högberg, insegnate di archeologia presso l’Università di Linneo, in Svezia, e ricercatore all’Università di Johannesburg, in Sud Africa, ha spiegato come il veleno usato sulle punte di freccia richiedesse “pianificazione, pazienza e comprensione del rapporto causa – effetto”.

Andres Högberg

Resta solamente da chiedersi quanti segreti e saperi, nascosti dal trascorrere del secoli, non sono stati ancora svelati. O, ancora, quante abitudini o tecniche quotidiane sono scomparse negli anni o non sono ancora state rivelate. La preistoria è stata per davvero un periodo primitivo in cui la mente umana era ancora “dormiente”? O forse si dovrebbe iniziare a considerarla un’epoca in cui l’intelligenza dell’uomo elaborava, creava e innovava? Senza alcun dubbio, oggigiorno, i segni della storia dell’uomo, nascosti dal tempo e dagli strati di terra che hanno sepolto la verità per millenni, stanno venendo, finalmente, decodificati. E, per l’appunto, questa recente scoperta, condotta da un competente team internazionale, lascia un finale aperto per possibili studi futuri sul tema, segnando l’inizio di una nuova storia dell’evoluzione dell’uomo, ancora da scrivere.

Anzi, non una nuova storia, forse l’unica esistita, ma che merita di essere conosciuta fino in fondo.

Alice Luceri

Nell’immagine di copertina, punte di freccia con tracce di tossine alcaloidi (Isaksson et al, Sci. Adv., 2026)

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