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Le foto di Taemin Ha “riempiono” l’anima

di | 2026-01-14T19:37:18+01:00 18-1-2026 0:05|Cultura, Sezione 2|0 Commenti

NUORO – Taemin Ha è un giovane coreano poco più che trentenne. Nato in Corea del sud nel 1995, nella cittadina di Gunsan, ha sempre mostrato una grande passione per la fotografia. Oggi vive a Seul e lavora come fotografo. Nell’ottobre del 2025 ha pubblicato un libro bellissimo intitolato “Süü” con la casa editrice Chose Commune. La parola Süü significa latte, forse perché metaforicamente si riferisce ad un alimento semplice, fonte di vita e di energia così come le immagini del suo testo che sono cibo per gli occhi e soprattutto per l’anima, riempiono di gioia, suscitano emozioni e piacevoli pensieri. Il libro è stato definito dai critici un vero e proprio capolavoro e racchiude gli scatti raccolti seguendo per mesi una famiglia nomade che vive nella pianura della Mongolia.

Il fotografo Taemin Ha

Taemin Ha ha documentato la vita quotidiana dei nomadi mongoli attraverso ritratti di bambini e paesaggi che cambiano con l’alternarsi delle stagioni. Ha catturato, con estrema delicatezza, i ritmi semplici della vita rurale in cui i bambini, a contatto con la natura, esprimono armonia e libertà diventandone simboli. La vita semplice e modesta dei soggetti ritratti è colta con uno sguardo intimo e delicato. Le immagini sono dolci e nitide e sono state impresse nella pellicola di Taemin Ha allo scandire del tempo che segna l’alternarsi del giorno e della notte, mentre si intrecciano e si sovrappongono la brillantezza delle stagioni calde e la pace degli inverni innevati. I bambini non vengono mai messi in posa, ma sono ripresi mentre si dilettano a giocare nel fango o con la terra, mentre nuotano o si schizzano nelle acque del lago, o durante i momenti di pausa e relax, con un libro in mano, intenti nella lettura, distesi sul lettino della propria camera.

Ad ogni immagine ritratta corrisponde un’emozione speciale e, pagina dopo pagina, il fotografo ci immerge in un mondo lontano che, istante dopo istante, diventa un po’ anche il nostro. Così, la libertà con cui i bambini e i ragazzi gioiscono, come per osmosi ci conquista, ci compenetra, diventa nostra e, come quei ragazzi nomadi ritratti nelle pianure mongole, anche noi, sfiorando le pagine di Süü, abbracciamo cavalli, osserviamo i frutti che la natura produce o ci arrampichiamo su una staccionata. Con un velo di malinconica nostalgia il libro racconta un’infanzia dei tempi passati, quando si viveva senza frenesia e tecnologia e la vita seguiva il ritmo delle stagioni e le giornate erano scandite da giochi inventati e improvvisati o da lunghi silenzi e momenti di noia.

Chi osserva le pagine del libro con cura non percepisce tensioni. Tutto pare perfettamente in armonia col paesaggio ritratto che, come dice lo stesso fotografo, “fa da sfondo ai gesti e agli istinti dei bambini”. La luce naturale valorizza le tinte pastello poco contrastanti. Ogni scena sembra sospesa nel tempo ma con la capacità di catapultarci in un mondo ancestrale e fiabesco allo stesso tempo. Così facciamo conoscenza con bambini incupiti, gioiosi o incuriositi da ogni piccola scoperta, con fanciulli dalle mani sporche di terra e fango, con stanze poco curate o addirittura in disordine dove la vita nomade della famiglia che Taemin Ha segue prende vita e diventa “casa”.

A completare il racconto visivo di Taemin Ha, nel libro trovano spazio le poesie di due poeti mongoli: Erdenesolongo Batchuluun e Byambajav Gombojav che instaurano un dialogo con le fotografie, creando un legame di parole e immagini che danno voce all’ anima che traspare dagli scatti creati dal fotografo. Il poeta Erdenesolongo Batchuluun con i suoi versi apre il libro di Taemin Ha: “Mi chiamo neve, e pioggia, e foglie. / La mia patria è steppa, e montagna, e deserto, e tuttavia… / la patria non è semplicemente / il luogo dove siamo nati, / e di questo canto. / Lì soffro la malattia, lì provo piacere, / e lì, senza parole, parleremo”. Il poeta sottolinea che la vera patria non è solo un luogo fisico, ma un’esperienza di vita, di sofferenza e di gioia. Essa è un luogo interiore dove ci si sente compresi senza bisogno di parole.

Il primo verso, “Mi chiamo neve, e pioggia, e foglie”, rappresenta l’universalità e la mutevolezza dell’esperienza, così come il sentirsi parte integrante di elementi naturali e transitori, limitati nel tempo, provvisori. Il verso “La mia patria è steppa, e montagna, e deserto” evidenzia che la vera casa è ovunque, non solo nel luogo d’origine, ma anche in territori vasti e a volte ostili. “La patria non è semplicemente il luogo dove siamo nati”, l’identità e l’appartenenza vanno oltre la geografia di nascita. Gli ultimi due versi che chiudono la lirica sono densi di significato. “Lì soffro la malattia, lì provo piacere, e lì, senza parole, parleremo”.

La patria, qualunque sia, diventa il luogo dove si vive appieno e si comunica in profondità, spesso a un livello non verbale. La patria diventa il luogo dove l’uomo vive ogni esperienza umana totale. Come le foto di Taemin Ha, anche i versi della poesia esplorano il tema del nomadismo interiore e della ricerca di un’appartenenza che supera e trascende i confini fisici e culturali.

Virginia Mariane

Amante del buon cibo, di un libro, della storia, dell’archeologia, dei viaggi e della musica

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