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L’arte di abitare: bellezza e responsabilità dell’architettura

di | 2025-11-13T00:07:51+01:00 16-11-2025 0:20|Attualità, Sezione 5|0 Commenti

MILANO – C’è un’eleganza che sembra andata perduta. Non quella vistosa, di facciata, ma quella più profonda, fatta di proporzioni silenziose, di linee pensate per durare, di bellezza che si offre senza chiedere attenzione. Un tempo, le città crescevano seguendo una logica che univa utilità e poesia; oggi, in molte città, sembra prevalere un’altra logica — quella dell’impatto immediato, della verticalità che sfida il cielo ma dimentica il suolo, del linguaggio architettonico ridotto a marchio o investimento. Eppure, l’architettura non è – o non dovrebbe essere – solo questione di metri quadri e rendimenti. Costruire è anche pensare.

Vitruvio

Vitruvio, più di duemila anni fa, aveva già tracciato una direzione: solidità (firmitas), funzionalità (utilitas), bellezza (venustas). Tre parole che ancora oggi potrebbero guidare il nostro modo di costruire. Non parlava solo di estetica, ma di equilibrio tra le parti, tra il dentro e il fuori, tra l’uomo e lo spazio. Palladio, secoli dopo, riprese quelle idee e le trasformò in ville che sembrano parlare ancora, come la Villa Rotonda, dove tutto è armonia e luce. Con il modernismo, prima, e il minimalismo poi, l’architettura ha scelto di spogliarsi: niente più decorazioni, niente più orpelli. Linee pulite, superfici lisce, cemento a vista. Un linguaggio potente, a volte rivoluzionario — come nella Casa sulla cascata di Wright o nella chiesa di Ronchamp di Le Corbusier — ma anche, talvolta, imitato senza profondità, ridotto a stile senz’anima.

La Chiesa di Ronchamp di Le Corbusier

E così ci ritroviamo circondati da edifici che sembrano freddi, indistinti, destinati a invecchiare in fretta. Passeggiando per le strade di Roma, di Firenze, di Napoli, si incontrano palazzi che resistono da secoli. Basta uno sguardo a un balcone in ferro battuto, a una finestra in pietra, per capire che lì c’è stata una cura. Una volontà di lasciare qualcosa che duri. Quella stessa volontà che oggi sembra affievolirsi di fronte alla logica del “veloce e sostituibile”. Eppure, proprio ora che viviamo in un tempo in cui tutto scorre e si consuma, forse avremmo bisogno di luoghi che restano. Di case, scuole, piazze che non siano solo funzionali, ma anche capaci di accoglierci, di rappresentarci, di ispirarci. Forse siamo giunti al punto in cui è necessario ripensare l’architettura come filosofia. Interrogarci non solo su quanto costa o quanto rende, ma su quale emozione genera, quale memoria lascia, quale mondo costruisce.

Il Bosco Verticale di Stefano Boeri

Perché costruire non è solo occupare uno spazio, è abitare una promessa. Ed è qui che risiede la perdita: quando l’edificio non parla più al tempo, ma a un valore di scambio; quando non invita più a fermarsi, a contemplare, a partecipare, ma impone di attraversare, di consumare, di dimenticare. Non serve tornare agli stili del passato per riscoprire questa idea. Serve, piuttosto, riprendere il filo di un discorso interrotto. Oggi più che mai, in una fase in cui l’attenzione per l’ambiente, per il benessere sociale, per l’identità dei luoghi torna centrale, alcuni architetti stanno riscrivendo un’idea di bellezza che non sia solo estetica, ma anche responsabilità.

Il MAXXI progettato da Zaha Hadid

Il Bosco Verticale di Milano, progettato da Stefano Boeri, ne è un esempio emblematico: un grattacielo che diventa giardino, dove la facciata è viva, mutevole, fatta di alberi che respirano con la città. Un’architettura che unisce visione, sostenibilità e senso del luogo. A Roma, il MAXXI firmato da Zaha Hadid dimostra che anche le linee più fluide e futuristiche possono dialogare con la stratificazione storica della città. Gli spazi interni, dinamici e aperti, sono pensati per ospitare non solo opere, ma persone: l’arte contemporanea si intreccia con la vita, e l’edificio stesso diventa esperienza. Così come la Philharmonie di Parigi, di Jean Nouvel, che coniuga forma musicale e funzione civica, diventando non solo luogo di concerti, ma simbolo di appartenenza per un quartiere intero. E poi c’è la High Line di New York, nata da un’infrastruttura dismessa e trasformata in parco urbano: un esempio di come il riuso possa essere poetico, non solo pratico. O il Vitra Campus a Weil am Rhein, dove architetti come Tadao Ando, Frank Gehry e Herzog & de Meuron hanno composto un paesaggio architettonico variegato ma coerente, dove ogni edificio ha una voce, ma insieme costruiscono un discorso.

A Parigi la Philharmonie di Jean Nouvel

Questi progetti dimostrano che la bellezza può ancora essere una funzione. Che costruire con grazia, misura e intelligenza non è un’utopia, ma una possibilità concreta. In un’epoca in cui tutto si consuma rapidamente, un edificio che invita a restare, che suscita meraviglia o silenzio, diventa un gesto controcorrente. Leon Battista Alberti scriveva che “la bellezza è una forma di verità visibile”. Ed è forse proprio la verità — quella non gridata, quella che si coglie solo con il tempo — a mancare in molte delle forme che abitano le nostre città. Riprendere il filo interrotto significa, allora, imparare a vedere di nuovo.

Il Vitra Campus a Weil am Rhein

A progettare non solo per oggi, ma anche per chi verrà dopo. A porre domande, prima di offrire soluzioni. Ma significa anche guardarsi intorno e accorgersi che esperienze preziose esistono già: che il futuro può nascere dove qualcuno ha avuto il coraggio di coniugare tecnica e pensiero, forma e cura, innovazione e rispetto. Un edificio che emoziona, che dialoga con ciò che lo circonda, che invita a restare invece che a passare, è più di un’opera ben fatta: è un luogo che genera appartenenza. Forse l’eleganza non si è perduta. Forse ha solo cambiato voce. E aspetta, ancora una volta, di essere ascoltata.

Ivana Tuzi

Nell’immagine di copertina, la Casa sulla Cascata di Wright

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