//La strage di Srebrenica vergogna d’Europa

La strage di Srebrenica vergogna d’Europa

di | 2025-07-12T12:49:18+02:00 13-7-2025 1:00|Punto e Virgola|0 Commenti

Loro erano i bosgnacchi, una dizione abbastanza offensiva per indicare i bosniaci di religione musulmana. In Bosnia Erzegovina, nel luglio 1995 si combatteva da quasi tre anni. Il paese era abitato principalmente da tre gruppi nazionali, differenziati soprattutto dalla religione: i serbi ortodossi, i croati cattolici e, appunto, i bosgnacchi. Per decenni la Bosnia Erzegovina aveva fatto parte della Jugoslavia socialista di Tito con rapporti tra cittdini di nazionalità diverse in generale buoni, anche con matrimoni misti.

Si scava nelle fossi comuni di Srebrenica

Quando la Jugoslavia cominciò a disgregarsi la situazione peggiorò rapidamente. Bosgnacchi e croati che vivevano in Bosnia Erzegovina volevano l’indipendenza, mentre i serbi volevano rimanere nella Jugoslavia (quel punto formata solo da Serbia e Montenegro). Nella primavera del 1992 la Bosnia Erzegovina dichiarò l’indipendenza e iniziò la guerra.

Il dolore dei sopravvissuti

I serbi bosniaci, con il sostegno della Serbia, attaccarono le persone non serbe che vivevano nel territorio sotto il loro controllo. Una delle prime aree dove avvenne questa persecuzione, e in cui fu più violenta, fu attorno a Srebrenica, cioè la valle della Drina, una delle regioni più rurali della Bosnia Erzegovina, al confine con la Serbia, abitata quasi esclusivamente da bosgnacchi.

Nel luglio del 1995, oltre 8000 ragazzi e uomini musulmani bosniaci furono massacrati a Srebrenica e nei suoi dintorni. La strage fu compiuta da unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, in quella che al momento era stata dichiarata dall’ONU come zona protetta e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR, che non intervenne a difesa della popolazione civile e che di fatto contribuì all’eccidio.

I maschi dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli uomini più anziani, apparentemente per essere interrogati, in realtà vennero massacrati e sepolti in fosse comuni. La lista preliminare delle persone scomparse o uccise a Srebrenica contiene 8.372 nomi. Nel giugno 2015, 6.930 salme furono riesumate dalle fosse comuni e identificate mediante oggetti personali rinvenuti oppure in base al loro DNA, che è stato confrontato con quello dei consanguinei superstiti.

A Srebrenica, i 600 caschi blu dell’ONU (cioè, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II, III) non intervennero per motivi che ancora oggi non sono stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Quando i serbi si avvicinarono all’enclave di Srebrenica, il colonnello olandese Karremans diede l’allarme e chiese un intervento aereo di supporto ma, alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. I soldati olandesi subirono anche pesanti accuse al ritorno in patria per aver fatto uso di “donne di conforto”: giovani prigioniere bosniache messe a loro disposizione da reparti paramilitari serbi. Proprio per evitare che si ripetessero episodi simili, l’Olanda ha deciso di non partecipare ad altre operazioni di pace.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2007 e diverse altre del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi, costituisce un genocidio. Tra i vari condannati, in particolare Ratko Mladić e Radovan Karadžić (all’epoca presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) sono stati condannati in due momenti diversi dall’ICTY, il primo all’ergastolo ed il secondo a 40 anni di reclusione. La Corte penale internazionale dell’Aia ha poi applicato la pena dell’ergastolo anche a Karadžić.

Il 23 maggio 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato l’11 luglio Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica. Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “la triste stagione dei nazionalismi, foriera dei peggiori lutti del XX secolo deve essere definitivamente consegnata alla storia”.

Ramo Osmanović chiama il figlio Nermin

Uno dei video più noti della guerra in Bosnia Erzegovina mostra un uomo di mezza età in piedi in un campo: sta chiamando il figlio, Nermin, che insieme a molte altre persone si è nascosto nel bosco, sulle colline. “Vieni Nermin, sono quaggiù!”, grida al ragazzo. Una voce fuori campo gli ordina, con tono canzonatorio: “Digli con chi sei”. L’uomo inizia nuovamente a chiamare: “Sono con i serbi, venite giù, è sicuro!”. Quell’uomo si chiamava Ramo Osmanović: lui e suo figlio Nermin furono tra le migliaia di bosgnacchi che vennero uccisi dai soldati serbi bosniaci, dopo che questi erano riusciti a conquistare Srebrenica. I loro corpi vennero identificati e sepolti solamente nel 2008 in un grande cimitero memoriale a Potočari, nella Bosnia Erzegovina orientale. A Ramo Osmanović è stata dedicata anche una piccola statua in centro a Sarajevo. Il monumento è intitolato proprio “Nermine, dođi!”, e cioè “Vieni, Nermin!”.

La statua dedicata a Ramo Osmanović

Una pagina orrenda che non bisogna mai dimenticare, soprattutto perché a 30 anni di distanza da quei fatti terribili stragi e massacri di persone inerme sono tutt’altro che terminati. E l’Europa, oggi come allora, spesso rimane a guardare o, quando decide di intervenire, lo fa in colpevole ritardo.

Buona domenica.

 

Nell’immagine di copertina, la statua in centro a Sarajevo dedicata a Ramo Osmanović  e intitolata “Vieni, Nermin!”

 

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