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La parola più forte della violenza

di | 2026-03-22T01:13:26+01:00 22-3-2026 0:01|Cultura, Sezione 1|0 Commenti

MILANO – “Qual è la lingua per raccontare una violenza?”, si chiede S., protagonista dell’ultimo romanzo di Veronica Raimo “Non scrivere di me”. Del resto tutti vorremmo sapere quale mai possa essere quella più adeguata a raccontare ogni abuso contro le donne, se quella asettica e settoriale dell’avvocato che ascolta – nell’evolversi della storia – la denuncia tardiva di S. e la sollecita ad una breve sintesi “dal momento che si tratta di una categoria di reato già codificata: un caso di stupro”. Oppure quella offensiva, autoritaria, giudicante tipica di tutti i commentatori intrisi di una mascolinità tossica e predatoria che definiscono questi reati banalmente “storie di donne” e catalogano le vittime come provocatrici in qualche modo consenzienti. O, in ultima analisi, quella di alcuni politici che continuano a discettare di “fine diritto” sulla variegata possibilità dell’interpretazione di un “consenso libero e attuale” piuttosto che di dissenso, procrastinando l’impunità per tanti carnefici.

Il libro è il racconto in prima persona di una giovane donna, S., ferita e umiliata (“avevo amato un uomo – Dennis May – e mi aveva violentata”) che si apre con una notizia di cronaca come tante. Dennis May, regista alternativo con pose da dandy, si è suicidato ed S. – solo “con ed in” questa iniziale si identifica la protagonista – ne viene a conoscenza per caso, durante un turno del suo nuovo lavoro da cameriera. Da quel momento tutta la sua memoria emotiva si scuote e risveglia momenti della sua vita che per tanti anni (13 dallo stupro) e con perseverante cura aveva archiviato. Il pensiero è costretto così a tornare indietro, a far riemergere tutto il rimosso. L’autrice lo fa prendendo le distanze dal brutale evento che viene ricostruito con autocontrollo ed ironia dalla voce narrante.

Fotogramma dopo fotogramma il passato ritorna: dal primo incontro, quello della proiezione dell’opera prima “Lark” dell’esordiente regista Dennis che dice sprezzante ad S., universitaria e scrittrice di poesie: “Io odio i libri”; alla galleria degli orrori che la giovane donna ha allestito nella sua cantina, conservando gli abiti insanguinati, le scarpe, il vecchio Nokia con tutti i messaggi, quali lugubri cimeli in memoria della violenza subita. S. così recupera il suo passato con tutte le tappe di quel continuo e lacerante processo di dissociazione da sé, mentre gli anni passavano quasi per inerzia “non vedendo più la vita in termini di traguardi”. Basta scrivere, proprio lei che andava sempre in giro con taccuino e matita, basta amare, basta fare sesso (“tutto quello che sono dipende da Dennis”). Solo un cumulo di bugie (perfino una finta laurea per i suoi genitori con tanto di “finta” festa) nel galleggiamento di una non-vita nuova da cameriera, che ripete formule stereotipate ai clienti, in uno stato di “impassibilità ottusa e alcolizzata di solitudine”.

La parte centrale del racconto è costituita dal flash-back delle sequenze dello stupro che non viene rappresentato come evento eccezionale, ma delineato nella sua capacità di infiltrarsi e confondersi con l’amore, con la parola. In quei momenti di belluino accanimento dell’uomo non è solo il corpo di S. ad essere violato ed umiliato, ma la persona nella sua totalità ad essere annichilita. L’amato/amante stupratore alla fine le dice sprezzante: “Non scrivere di me”, dopo averla colpita con uno sputo. L’interdizione è totale, la condanna all’afasia è come una pena capitale, la peggiore per un’aspirante scrittrice. Per S. non parlarne, non ricordare, non scrivere diventa allora una forma di sopravvivenza e, insieme, di reificazione di sé; del resto è solo la lettera maiuscola S. a raccontare.

Veronica Raimo trova egregiamente il modo di dare voce a questa storia così complessa, che continua ad essere quella di tante donne. Lo stile è tagliente, brillante, ironico come la personalità della protagonista che ammette dentro di sé di non aver mai smesso, in realtà, di scrivere (“mai smesso di scrivere, tutto nella mia testa, i miei pensieri avevano quella forma”). La scrittura, quindi, che non ricerca alcun lieto fine, nessuna forma di compensazione alla violenza, ma solo la narrazione di una realtà complessa e tragica per conto ed in nome di tante donne che non trovano la forza di denunciare. Solo la parola narrata della letteratura contro questo odioso reato e contro l’indifferenza di tutti coloro che non capiscono e restano in un colpevole silenzio.

Adele Reale

Nell’immagine di copertina, la scrittrice Veronica Raimo

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