PALERMO – All’inizio del 2026, gli osservatori hanno contato nel mondo circa sessanta guerre, forse il numero maggiore dal 1946 ad oggi. Tali guerre, per citarne solo alcune, coinvolgono vaste aree del pianeta: Ucraina, Medio Oriente, Yemen, Afghanistan; diverse regioni africane come Etiopia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud; il Myanmar in Asia; in America centrale Haiti… In alcuni casi si tratta di guerre civili, alimentate spesso da crisi economiche, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze. Alla fine del 2024 hanno causato più di 233.000 vittime e oltre 100 milioni di profughi.
Il 28 febbraio scorso si è aperto un altro fronte di guerra: gli Usa e il governo israeliano hanno attaccato l’Iran, col rischio di una escalation della violenza nell’area. Oltre a un’ulteriore destabilizzazione del già difficile e precario equilibrio internazionale e alle migliaia di vittime, soprattutto civili (tra cui molti bambini) la guerra ha già causato pesanti conseguenze su ambiente e salute. Le esplosioni di bombe statunitensi e israeliane su depositi e siti di estrazione del petrolio in Iraq hanno infatti innescato una vera e propria bomba ecologica, con gravi conseguenze a breve e lungo termine.

La professorea Adriana Pietrodangelo, CNR
La giornalista Elena Cestino, durante il telegiornale scientifico Leonardo andato in onda il 9 marzo scorso, segnalava il vertiginoso aumento di zolfo e azoto, ma anche di acido solforico, in quanto con i depositi petroliferi in fiamme il petrolio è stato ‘liberato’ direttamente in aria: “Quindi è stato immesso petrolio ancora più ricco di zolfo – ha sottolineato la professoressa Adriana Pietrodangelo, ricercatrice presso l’Istituto Inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche – perché questo petrolio non è stato lavorato per essere diminuito di una parte di zolfo, come richiesto dalle normative internazionali”.
Inoltre, all’azione tossica delle piogge acide causate dalla presenza di acido solforico e di acido nitrico nell’acqua che cade e deposita al suolo tali acidi, si somma la presenza di sostanze tossiche legate al petrolio disperso in atmosfera: “Come i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici che, se respirati in gran quantità, possono avere effetti cancerogeni… altri metalli pesanti hanno poi effetti ossidanti e di irritazione e infiammazione del sistema respiratorio”, ha continuato la professoressa Pietrodangelo, intervistata nel corso del predetto TG Leonardo.
Si comprende allora come il divieto a chi sta vicino alle aree petrolifere in fiamme di non uscire, di non aprire le finestre, di indossare mascherine in caso di eventuali spostamenti sia comunque insufficiente a prevenire eventuali malattie per la popolazione, perché non c’è una barriera che possa impedire il deposito al suolo delle sostanze inquinanti.

Il territorio in guerra oggi in Medio Oriente
“Ci sono sostanze organiche, soprattutto gli idrocarburi policiclici aromatici, che si combinano facilmente con altre sostanze organiche già presenti nel suolo e quindi possono essere facilmente assorbite dalle piante e poi ingerite con l’alimentazione. Inoltre tali sostanze, che possono raggiungere anche le falde, possono persistere molto a lungo nei suoli e depositarsi su muri, strade, tetti. Con l’aumento delle temperature – ha concluso la ricercatrice – e a causa dell’azione del vento, tali sostanze possono rilasciare vapori tossici che purtroppo sono respirati. É possibile attendersi un impatto a lungo termine legato allo sviluppo di tumori causato dall’aver respirato a lungo sostanze nefaste che, in una normalità di pace, non verrebbero respirate”.
Per tutti i popoli e soprattutto per chi ha responsabilità politiche, un utile ‘esercizio’ potrebbe essere quello di guardare agli avvenimenti storici da una prospettiva ‘lontana’ nel tempo e nello spazio: ad esempio, oggi si guarda con commiserazione e tristezza alla I guerra mondiale che, centodieci anni fa circa, ha visto morire nelle trincee milioni di europei (italiani, tedeschi, austriaci, francesi, britannici)… Popoli uniti ora sotto la stessa bandiera dell’Unione europea, che cantano insieme l’inno alla gioia…
Chissà, tra cent’anni, si guarderà forse con uguale commiserazione e tristezza alle classi dirigenti di alcuni stati del mondo che, anziché unire le risorse per combattere il cancro, le malattie rare, per prevenire i disastri ambientali, per arginare il cambiamento climatico, hanno invece progettato di peggiorare la già difficile situazione politica e climatica, facendo precipitare il pianeta in un vortice nefasto di violenza, esercitata insieme sulla vita umana e sulla natura.
Maria D’Asaro

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