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“La grande onda di Kanagawa”, il capolavoro di Hokusai

di | 2026-05-14T09:42:28+02:00 10-5-2026 0:25|Arte, Sezione 6|0 Commenti

MILANO – Un’onda gigantesca, con la cresta che si apre come artigli, tre piccole barche sotto e, in fondo, un vulcano bianco con la cima innevata: il monte Fuji. Si chiama “La grande onda di Kanagawa” ed è stata realizzata tra il 1830 e il 1832. Il suo autore, all’epoca, aveva settant’anni e il suo nome era Katsushika Hokusai. Nell’ottobre del 1760, nacque in una famiglia povera di Tokyo un bambino che, prima di morire, avrebbe cambiato nome più di trenta volte, prodotto migliaia di opere, dipinto fino all’ultimo giorno della sua vita. E che a ottantanove anni, sul letto di morte, avrebbe sussurrato una delle frasi più commoventi che un artista abbia mai pronunciato.

Katsushika Hokusai

Nell’arte giapponese era già normale che un artista cambiasse nome una o due volte nella carriera, per segnare un passaggio importante. Ogni volta che sentiva di essere diventato un altro, ogni volta che il suo sguardo sulle cose si trasformava, cambiava firma. E alla fine, scelse il nome più bello di tutti: Gakyō Rōjin Manji (il vecchio pazzo per la pittura). Era un modo di dire al mondo e a sé stesso che lui non era mai finito. Mai compiuto. Che quello che aveva dipinto fino a un istante prima era già superato e che da lì in avanti sarebbe stato un altro uomo con un altro pennello. Mentre cambiava nomi, la vita gli infliggeva supplizi. Il figlio primogenito morì presto. Un nipote si indebitò al gioco e dovette ripianare quei debiti per non essere coperto di vergogna. La moglie morì. Restò con lui solo una figlia, anche lei pittrice, che disegnava nel freddo di uno studio poverissimo, seduta accanto al padre sul pavimento, con le mani che tremavano.

Eppure, a settant’anni compiuti, quando molti suoi colleghi erano morti da un pezzo, Hokusai cominciò la serie più importante della sua vita: “La Grande Onda”, la xilografia che simboleggia principalmente l’incredibile potenza della natura contro la fragilità umana. L’opera raffigura onde minacciose che incombono su pescatori indifesi, con il Monte Fuji imperturbabile sullo sfondo, rappresentando il contrasto tra il caos del mare e la stabilità immutabile. L’onda antropomorfizzata, simile a un artiglio, minaccia di inghiottire le imbarcazioni, evidenziando la piccolezza dell’uomo. La montagna, come simbolo religioso, osserva indifferente il dramma umano. L’artista crea una tensione dinamica tra l’onda tempestosa e la calma del vulcano.

L’opera è il primo pezzo della celebre serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”. Così, nel 1834, a settantaquattro anni, pubblicò un’altra raccolta: “Cento vedute del Monte Fuji”. Nell’ntroduzione lasciò scritta una frase che è una delle dichiarazioni più commoventi mai pronunciate da un artista su sé stesso: “A sei anni ho cominciato a disegnare. A cinquanta avevo prodotto migliaia di opere, ma niente meritava davvero di essere conservato. A settantatré ho cominciato finalmente a intuire qualcosa della vera struttura delle piante, degli animali, dei pesci. A ottantasei continuerò a migliorare. A novanta approfondirò il senso recondito di ogni cosa. A cento raggiungerò forse la dimensione del divino. E a centodieci, ogni punto e ogni linea del mio pennello avranno vita propria”.

Sperava di vivere fino a 110, per avere tempo di diventare, finalmente, un vero artista. Morì invece nel 1849, quando di anni ne aveva 89. Le sue ultime parole, riportate da chi gli era accanto, suonano così: “Se il cielo mi avesse concesso altri dieci anni di vita, o anche solo altri cinque, sarei potuto diventare davvero un artista”. C’è qualcosa di profondo in questa storia. Siamo stati educati al colpo, al lampo, alla scoperta precoce. Sentiamo spesso dire, di noi stessi, che a una certa età “ormai è tardi”. Tardi per cambiare lavoro. Tardi per imparare una lingua. Tardi per ricominciare. Tardi per innamorarsi. Tardi per scrivere quel libro. Sempre tardi.

Katsushika Hokusai

Invece Hokusai, a settant’anni, creava la sua opera più famosa. A settantaquattro scriveva che si considerava ancora un principiante. A ottantanove, morendo, pensava di essere a cinque anni dalla vera maturità artistica. Non era megalomania, ma l’umiltà più limpida che si possa avere di fronte al proprio mestiere, alla propria vita, al proprio desiderio. L’idea che la perfezione non si raggiunge. Si insegue. E che inseguirla anche a 90 anni, non è un fallimento. È la forma più alta di dignità che un essere umano possa avere. Un vecchio pazzo per la pittura. Pazzo perché a novant’anni era ancora capace di aprire la finestra al mattino e pensare che oggi, forse, avrebbe imparato qualcosa di nuovo. Pazzo e ancora innamorato del mestiere che si era scelto da bambino.

La celebre xilografia “La grande onda di Kanagawa” non si trova in un unico luogo. Essendo una stampa, ne esistono diverse copie originali conservate in vari musei nel mondo, tra cui il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Museo Nazionale di Tokyo e il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova.

Un modo nuovo per riflettere sulla bellezza della vita, dell’arte e la propria trasformazione.

Claudia Gaetani

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