MILANO – C’è una generazione che sa fare molte cose. Sa parlare inglese e spagnolo, sa usare strumenti digitali che cinque anni fa non esistevano, sa muoversi tra città diverse, sa reinventarsi quando il contesto cambia (e il contesto cambia sempre…). È la generazione dei master e delle certificazioni, dei portfolio e dei profili LinkedIn aggiornati ogni sei mesi, delle competenze accumulate con la stessa logica con cui si mette da parte qualcosa per un inverno che potrebbe sempre arrivare. Eppure, a chiederle come sta, risponde spesso con una parola sola: stanca. Non è una contraddizione: è la descrizione più precisa di quello che significa crescere in un mondo che non garantisce nulla e che per questo chiede tutto. 
La precarietà di questa generazione non è solo lavorativa, anche se comincia da lì. È qualcosa di più diffuso e di più difficile da nominare: una sensazione di fondo che tutto possa cambiare da un momento all’altro, che nessuna situazione sia abbastanza solida da poterci costruire sopra senza riserve. Il contratto a termine è solo la superficie — sotto c’è l’incertezza sulla città in cui si vivrà tra due anni, sul tipo di relazioni che si riuscirà a costruire quando si è sempre in movimento, sull’identità stessa, che fatica a stabilizzarsi quando il contesto in cui si forma è per definizione provvisorio. Non è una condizione scelta: è un clima. E come tutti i climi, plasma le persone che ci vivono dentro anche quando non se ne accorgono. In questo clima, la competenza è diventata una forma di difesa.
Se il mondo non garantisce stabilità, si cerca di rendersi indispensabili, o almeno difficilmente sostituibili. Di qui l’accumulo: non solo un lavoro, ma competenze laterali; non solo una lingua, ma tre; non solo un’esperienza professionale, ma una rete, un personal brand, una presenza digitale costruita e curata. L’ipercompetenza non nasce dall’ambizione nel senso classico del termine: nasce dalla paura. Dalla consapevolezza, spesso implicita ma raramente assente, che la mediocrità in un mercato del lavoro saturo e selettivo non è un’opzione. Che bisogna essere molto bravi, sempre, su più fronti contemporaneamente, e che smettere di esserlo anche solo per un periodo potrebbe avere conseguenze che è difficile recuperare. Il paradosso più crudele di questa condizione è che tutta questa competenza non produce sicurezza. Produce un tipo di ansia diverso: la paura di non essere abbastanza, che cresce in proporzione al livello raggiunto invece di diminuire. 
Chi ha un master teme chi ne ha due. Chi ha due lingue teme chi ne ha tre. Il traguardo si sposta continuamente, perché non è mai stato un traguardo reale; era un modo per tenere a bada un’insicurezza che ha radici più profonde della formazione. La corsa non ha una linea di arrivo perché non è stata progettata per averne: è progettata per durare, per occupare il tempo e l’energia che altrimenti andrebbero a nominare il disagio sottostante. Finché ci si muove, non ci si deve fermare a chiedersi dove si sta andando. Quando il lavoro è instabile, l’identità si sposta su chi si è quando si lavora. È un meccanismo comprensibile e, in certi limiti, funzionale: in assenza di coordinate stabili, la competenza professionale diventa un punto fermo, qualcosa che nessuno può togliere perché è dentro di sé. Ma ha un costo. Se l’identità coincide con la performance lavorativa, ogni insuccesso professionale smette di essere un episodio e diventa una crisi esistenziale. Ogni rallentamento, ogni momento di dubbio, ogni periodo in cui non si rende al massimo viene vissuto non come una fase normale ma come una minaccia alla propria legittimità.
Il lavoro, invece di essere una parte della vita, diventa la misura di tutto il resto. E quando traballa, traballa tutto. Il confronto permanente amplifica ogni cosa. Le generazioni precedenti si confrontavano con i coetanei del proprio quartiere, della propria città, del proprio settore professionale. Questa generazione si confronta con tutti, sempre, in tempo reale. I social network non hanno solo reso il confronto più frequente: lo hanno reso strutturale, ambientale, impossibile da evitare del tutto. Ogni risultato è pubblico, ogni traguardo è visibile, ogni successo altrui è un dato a cui la mente risponde automaticamente calcolando la distanza. Non è invidia nel senso tradizionale: è un rumore di fondo cognitivo che non si spegne mai del tutto, e che consuma energia anche quando non lo si nota. 
In mezzo a tutto questo, qualcosa di inaspettato sta emergendo. Una parte crescente di questa generazione ha cominciato a fare domande che le generazioni precedenti non si facevano (o non si facevano così presto, così esplicitamente). Non solo “come si costruisce una carriera?” ma “perché questa carriera, per cosa, verso dove?”. Non solo “come si raggiunge il successo?” ma “questo è davvero il successo che voglio?”. La ricerca di senso — di coerenza tra quello che si fa e quello che si è — sta diventando un bisogno dichiarato, non più nascosto sotto la narrazione della performance. È un segnale che la corsa, da sola, non basta. Che la competenza senza direzione produce esaurimento, non soddisfazione. E che questa generazione lo sa, anche quando fa fatica a fermarcisi sopra.
C’è anche, in questa generazione, una lucidità sulla fragilità che non ha precedenti. Non nel senso che soffra di più delle generazioni precedenti, probabilmente soffre in modo diverso, con strumenti diversi e in contesti diversi. Ma ne parla, e questo è già una trasformazione culturale reale. La capacità di nominare la propria stanchezza, il proprio limite, il proprio bisogno di fermarsi — senza farlo sembrare una sconfitta — è qualcosa che si è conquistato di recente, e a caro prezzo. Non è debolezza: è l’inizio di un modo diverso di intendere la forza. Uno in cui restare umani, in un sistema che tende a trattare le persone come risorse, è già, di per sé, un atto di resistenza. Questa generazione non è perduta: sta imparando, più in fretta di quanto si creda, che il valore di una persona non coincide con la sua produttività. È una lezione lenta, difficile, e probabilmente la più importante di tutte.
Ivana Tuzi

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