La notizia nuda e cruda è questa: il 54% delle risorse destinate alle esigenze familiari viene assorbito dall’assistenza agli anziani, mentre ai figli resta il 44,6%. Che, detto così, può anche non avere un significato particolare e invece il dato (derivante da un’analisi del Centro Studi di Coverflex su oltre 65mila lavoratori) comporta qualche riflessione su come la nostra società stia cambiando e su quanto sia importante strutturare a livello globale risposte adeguate alle mutate condizioni di vita delle persone di una certa età, sicuramente più bisognose di cure e certamente più fragili (sul piano fisico e su quello psicologico).
La prima considerazione è di solare evidenza: in media si vive più a lungo e sovente in buone condizioni di salute. E questo è un fatto molto importante, ma con una conseguenza altrettanto significativa: il costo della longevità ricade prima di tutto sulle famiglie. Perché quando l’età avanza e gli acciacchi aumentano, prestare assistenza a genitori anziani di fatto diventa un secondo, a volte un terzo lavoro invisibile, che grava soprattutto sulle donne. Fino a pochi decenni fa, quando l’occupazione femminile non era così diffusa, il problema non si poneva: i genitori vivevano fino all’ultimo con uno dei figli, ma oggi nella maggior parte dei casi non è più possibile una soluzione del genere. Gli impegni lavorativi e le incombenze familiari non permettono una presenza continua e attenta: non è cattiva volontà, ma solo effettiva mancanza di tempo.
E allora si deve ricorrere a soluzioni per così dire “esterne”: badanti o sistemazione in casa di riposo. Ipotesi spesso avversate dagli anziani che sentono violata l’intimità domestica o che rifiutano di trasferirsi in ambienti che considerano estranei, se non “nemici”. In entrambi i casi, si devono affrontare costi non trascurabili, oltre naturalmente ai problemi legati all’accettazione di situazioni nuove e tutt’altro che gradite. E allora invecchiamento della popolazione e allungamento della vita smettono di essere una conquista e presentano il conto. Per la prima volta, nel 2025, le famiglie italiane hanno speso di più per assistere genitori e nonni che per crescere i figli. La longevity economy, già pari a circa un terzo del PIL italiano, obbliga le famiglie a riorganizzarsi. Non è solo un cambio di priorità: è un ribaltamento degli equilibri economici domestici.
La cosiddetta generazione sandwich (figli da crescere e genitori da assistere) diventa una condizione diffusa. E diventa soprattutto una scelta complicata perché se un tempo la principale preoccupazione era orientata verso il futuro delle nuove generazioni, oggi ci si deve necessariamente orientare verso la gestione delle fragilità. Qualche numero spiega meglio l’evoluzione in atto: per i figli, la voce principale resta l’istruzione, con una spesa media in crescita del 14% (dai 1.968 euro del 2024 ai 2.249 del 2025), ma è sull’elder care (assistenza domiciliare per anziani e disabili) che si registra l’accelerazione più marcata in quanto, in media, si utilizzano circa 4.350 euro l’anno del proprio budget welfare. Una cifra che racconta meglio di ogni teoria il peso crescente della longevità.
La trasformazione ha anche una dimensione sociale profonda. Nel quadro generale, si ridefinisce il rapporto tra lavoro, reddito e svago. L’87% degli italiani continua a indicare nella retribuzione la priorità principale, ma cresce l’attenzione per l’equilibrio tra vita privata e professionale. Solo il 31% dei lavoratori si dichiara soddisfatto del proprio pacchetto di welfare: l’allungamento della vita, dunque, non è più soltanto un traguardo demografico, ma una variabile economica che impone nuove risposte.
Il welfare aziendale (cioè l’insieme di benefit e servizi offerti ai dipendenti per migliorare il loro benessere, sia nella sfera lavorativa che personale) è una delle poche infrastrutture capaci di intercettare questo carico. Questi vantaggi possono riguardare salute e benessere (assicurazione sanitaria, supporto psicologico, cure termali); tempo libero e mobilità (palestra, car sharing, auto); conciliazione vita-lavoro (asili nido, banca del tempo, permessi extra); agevolazioni economiche (buoni pasto, premi, rimborsi spese). E ancora flessibilità oraria e smart working costituiscono un esempio di efficace sostegno ai dipendenti per conciliare meglio le esigenze lavorative e la necessità di prendersi cura dei propri cari, in particolare degli anziani.
Ci sono anche misure che arrivano direttamente dallo Stato. Si tratta della cosiddetta Prestazione Universale che rappresenta un contributo erogato dall’Inps fino a 1.402,57 euro mensili, destinato ai cittadini con più di 80 anni che presentino un livello di bisogno assistenziale gravissimo e un ISEE socio-sanitario non superiore a 6.000 euro. La misura si compone dell’indennità di accompagnamento, pari a 552,57 euro, e dell’assegno integrativo di 850 euro, finalizzato a coprire le spese per i collaboratori domestici.
Al di là degli aspetti più meramente economici, comunque, resta l’esigenza di garantire agli anziani una vecchiaia la più serena possibile. Una volta si diceva che un padre e una madre potevano crescere dieci figli, ma che spesso non accadeva il contrario e cioè che tanti figli non fossero in grado di badare ai loro genitori. Un’amara realtà che abbiamo tutti il dovere di scongiurare con comportamenti saggi e coerenti: una carezza al papà e alla mamma è molto meglio di un’ora di palestra o dell’apericena con gli amici…
Buona domenica.

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