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Appennino, la coturnice e le storie di caccia

di | 2022-07-17T10:01:56+02:00 17-7-2022 6:40|Cultura, Sezione9|0 Commenti

BORGOROSE (Rieti) – “La coturnice degli Appennini: vita, caccia, ricordi sulle Montagne della Duchessa” (336 pagine, 200 fotografie, edito da Feltrinelli, scritto da Alberto Marinelli). Se amate la caccia lo leggerete con avidità e imparerete trucchi e segreti della caccia di alta quota, se siete contro la caccia, provate a leggerlo solo come un libro di avventure e di racconti di oltre 60 anni trascorsi in mezzo alla natura, per la maggior parte in un territorio aspro e selvaggio come la Riserva Montagne della Duchessa, osservando le “grigie regine delle rocce” (le coturnici) in tutte le stagioni dell’anno, in situazioni anche spericolate, che hanno permesso di studiare sul campo la vita, la biologia, le abitudini e i comportamenti sociali di questo selvatico, oggi razza protetta, che nella Duchessa ha trovato il suo habitat (e che sulle tavole è molto ricercato per le sue carni pregiate).

Non solo: il libro racconta le tradizioni e la vita agrosilvopastorale della metà del secolo scorso, gli eremi all’interno della Riserva, le asprezze di Murolungo, di Monte Morrone, della valle del Bicchero, l’incontro con il lupo appenninico, le tormente, i fulmini, la caduta di rocce, la nebbia, le orme sulla neve, le notti accampati in tenda (quelle di una volta), i viveri trasportati a dorso di mulo, ed è uno scrigno di saperi che si stanno perdendo.

Alberto Marinelli è nato a Roma nel 1938, a undici anni i genitori, preoccupati per la sua eccessiva magrezza, lo affidarono allo zio Amedeo, perché lo portasse a caccia con lui nell’agro romano. Era un’altra Italia, oggi non sarebbe possibile che un ragazzo di 16 anni possa avere già il porto d’armi. A quei tempi, prima degli anni ’60, i mezzi di trasporto per recarsi a caccia erano scarsi, l’asfalto non esisteva, si viaggiava in motoretta, sulle polverose corriere di linea, negli sferraglianti trenini locali o ricorrendo alla benevolenza di qualche amico più grande, che aveva un’automobile. Seguire le proprie “passioni” era quanto di più si possa intendere nel senso letterale: patire per le cose che si amano. A diciotto anni acquistò il suo primo “ausiliare”, Fido, un cucciolone di bracco tedesco che si rivelò subito un soggetto di straordinaria bravura. Molti ne sono seguiti negli anni, fra cui Podestà, Zara, Nanà, sempre in simbiosi e complicità, sempre uno accanto all’altro, a capirsi con gli sguardi, gesti e poche parole.

“Non c’è roccia delle montagne della Duchessa e della catena del Velino che non porti impressa la mia orma e quella dei miei ausiliari a quattro zampe”, scrive. Finalmente la prima auto, una Fiat 600, con la quale iniziò a frequentare i monti Carseolani, dividendosi tra Lazio e Abruzzo, ancora ricchi di starne e di pernici. L’incontro che cambiò il corso della sua vita venatoria avvenne nel dicembre del 1959 quando, durante una bufera di acqua e nevischio, conobbe nello spaccio della piccola frazione di Nesce (Pescorocchiano) dove si era rifugiato, un cacciatore “lepraiolo”, Giovanni De Luca, un signorotto del Basso Cicolano, commerciante di mobili, che si era recato a cavallo per riprendere la moglie insegnante della scuola elementare. Giovanni, per tutti Giovannino, lo invitò a trascorrere le imminenti vacanze natalizie nel suo borgo natio (Castelmenardo di Borgorose, un caratteristico borgo medievale) presentandolo ai suoi fratelli, Ugo e Antonio, anch’essi, manco a dirlo, cacciatori. Il Cicolano è terra di cacciatori, oggi soprattutto di cinghiali.

Nacque una profonda amicizia che dopo tanti anni dura ancora. A Castelmenardo Alberto stabilì la sua base di caccia e oggi ha deciso di lasciare testimonianza della sua passione per la caccia e del rapporto con i cani, insieme ad avvenimenti di cronaca: dalla sciagura aerea del 1962 sul massiccio del Velino a 2350 metri di altezza, il caso Moro e il falso comunicato delle Brigate Rosse, che annunciava che il corpo dello statista fosse nel lago della Duchessa, i quattro escursionisti di Avezzano travolti da una slavina in valle Majelama, ritrovati sotto uno spesso strato di neve e ghiaccio dopo 27 giorni, grazie all’ausilio di due pastori tedeschi. E poi i racconti che sembrano fantasia ma che invece sono veri, le cene a base di pregiata selvaggina nei locali più caratteristici di Roma con personaggi famosi dello spettacolo e del giornalismo sportivo (fra cui Nino Manfredi e Bruno Modugno).

C’è spazio anche per i migranti e la loro possibile collocazione sugli Appennini per ripristinare l’agricoltura montana, la pastorizia, rivitalizzare i paesi, la silvicoltura, la raccolta dei frutti della terra. “Perché non utilizziamo queste forze di lavoro, per la maggior parte giovanili e valide, impiegandole ‘sulle vestigia degli antichi padri’ in attività da noi pressocché scomparse o in declino, come l’agricoltura montana e la pastorizia, riportando l’Appennino all’ecosistema di vita e all’antico splendore di un tempo? Sarebbe bello vedere ricrescere il grano tra i boschi di faggio e di rovere fino al limite delle rocce, sarebbe bello vedere ripopolare le montagne di greggi di pecore e di capre che favoriscono la crescita di erbe fresche e tenere, sarebbe bello rivedere i branchi delle rustiche starne ‘gineprole’ e sentire al crepuscolo il richiamo seducente e metallico delle coturnici” scrive Marinelli.

Il libro è in vendita nelle librerie Feltrinelli, on line su Amazon, Ibs.it, ilmiollibro.kataweb.it. Nella prima parte, è più tecnico, quasi enciclopedico, che parte dalle esperienze personali, con dettagliata descrizione delle coturnici (distribuzione, habitat, voce, alimentazione, riproduzione), la seconda parte è un vademecum di caccia, ricordi, tecniche e suggerimenti per l’addestramento dei cani, i rischi che si corrono in montagna e i consigli per evitare brutte conseguenze.

Francesca Sammarco

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