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La cosmeticoressia, un’ossessione precoce

di | 2026-04-03T09:50:50+02:00 5-4-2026 0:30|Attualità, Sezione 7|0 Commenti

VITERBO – C’è un dettaglio che racconta meglio di molti studi sociologici il cambiamento in atto: alle feste di compleanno non si distribuiscono più coroncine da principessa, ma maschere viso e patch per il contorno occhi. Il lessico della bellezza, un tempo appannaggio dell’età adulta, è sceso di almeno un decennio, colonizzando l’infanzia con una rapidità che non può essere liquidata come semplice moda. È in questo contesto che si è affermato il termine “cosmeticoressia”, una parola nuova per descrivere una dinamica tutt’altro che superficiale. Il neologismo richiama volutamente l’“ortoressia”, suggerendo una deriva ossessiva: nel caso della cosmeticoressia, l’attenzione non è rivolta al cibo, ma alla pelle. Non si tratta di un innocuo interesse per la cura di sé, bensì di una tensione costante verso il miglioramento estetico, interiorizzata in un’età in cui il corpo dovrebbe essere, più che altro, uno strumento di scoperta e non un progetto da ottimizzare.

Il fenomeno trova terreno fertile nei social network, dove l’imitazione è amplificata da algoritmi che premiano la ripetizione. Video di bambini che applicano sieri, tonici ed esfolianti replicano in miniatura la gestualità degli adulti, con una precisione quasi inquietante. A differenza del gioco simbolico tradizionale, però, qui non c’è distanza tra finzione e realtà: il prodotto è reale, l’uso è concreto, e gli effetti, anche indesiderati, non sono simulati. Sul piano dermatologico, i rischi sono tutt’altro che teorici. La pelle dei bambini è fisiologicamente più sottile, più permeabile e meno strutturata rispetto a quella adulta. L’impiego di cosmetici contenenti attivi esfolianti, retinoidi o profumazioni intense può alterare la barriera cutanea, favorendo irritazioni, sensibilizzazioni e reazioni allergiche. In altri termini: mentre si tenta di “migliorare” una pelle già sana, si rischia di comprometterne l’equilibrio. È un paradosso tipico del nostro tempo: prevenire rughe che non esistono ancora può diventare il modo più rapido per creare un problema reale.

Ma il nodo più delicato non è solo biologico. È culturale, e riguarda la costruzione dell’identità. Introdurre precocemente l’idea che il corpo debba essere costantemente corretto significa spostare l’attenzione dall’esperienza alla performance estetica. Il rischio è che il bambino, soprattutto la bambina, sviluppi un rapporto condizionato con la propria immagine, percepita non come dato naturale, ma come cantiere permanente. E a quell’età, si sa, i cantieri non prevedono ancora un direttore lavori. Le giustificazioni più diffuse, “imparano a prendersi cura di sé”, appaiono deboli se osservate da vicino. La cura, nella sua accezione educativa, implica consapevolezza, gradualità e adeguatezza. Qui, invece, si assiste a una trasposizione anticipata di rituali adulti, svuotati del loro contesto e caricati di un significato che il bambino non è in grado di elaborare. Non è educazione alla cura: è addestramento al consumo.

In questo scenario, anche l’industria cosmetica ha una responsabilità evidente. Alcuni brand hanno iniziato a correggere il tiro, adottando comunicazioni più prudenti e segmentando meglio il target. Altri, al contrario, continuano a muoversi su un crinale ambiguo, proponendo prodotti pensati per adulti ma rivestiti di un’estetica giocosa, con packaging colorati e richiami infantili. È una strategia che funziona, perché intercetta un desiderio emergente, ma che solleva interrogativi etici difficili da ignorare. Non a caso, negli Stati Uniti e in Europa si stanno moltiplicando le iniziative per regolamentare il fenomeno, limitando l’accesso dei minori a determinati prodotti o imponendo maggiore trasparenza nelle pratiche di marketing. Anche in Italia l’attenzione è cresciuta, segno che il tema ha ormai superato la soglia dell’aneddoto per entrare nel dibattito pubblico.

Resta, tuttavia, una questione di fondo: la velocità con cui i modelli culturali si diffondono oggi è superiore alla capacità degli adulti di interpretarli. I genitori si trovano spesso a inseguire trend già consolidati, mentre i bambini li assorbono senza filtri. E così accade che una routine skincare venga percepita come un passaggio naturale della crescita, alla stregua di imparare ad allacciarsi le scarpe. Con la differenza che le scarpe, di solito, non contengono acido glicolico. Affrontare la cosmeticoressia non significa demonizzare la cura del corpo, ma restituirle un senso proporzionato all’età. Significa ricordare che l’infanzia non è un’anticamera dell’età adulta da arredare in anticipo, ma una fase autonoma, con bisogni e tempi propri. In questo equilibrio sottile si gioca una partita culturale decisiva: quella tra educazione e mercato, tra identità e immagine.

Prima di chiederci quale crema scegliere, forse dovremmo chiederci a cosa stiamo abituando lo sguardo dei più piccoli. D’altronde la pelle prima o poi cambia, ma il modo in cui impariamo a guardarci, forse molto meno.

Alessia Latini

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