MILANO – Nel cuore del Circolo Polare Artico, dove la luce in estate non tramonta mai e l’inverno sembra scolpito nel ghiaccio, si compie un’impresa senza precedenti. La città di Kiruna, costruita sopra una miniera di ferro tra le più grandi al mondo, sta lentamente ma inesorabilmente traslocando. Non per scelta, ma per sopravvivenza. Sotto i suoi piedi, il vuoto scavato da oltre un secolo di estrazione minaccia di inghiottirne le fondamenta. Così, pezzo dopo pezzo, la città viene smontata, trasferita e rimontata qualche chilometro più in là. 
Tra gli edifici da salvare, ce n’è uno che più di tutti racchiude l’anima del luogo: la Kiruna Kyrka, la chiesa in legno costruita nel 1912, considerata uno dei più importanti edifici sacri della Svezia. Un capolavoro di architettura nordica, con influenze art nouveau e linee che evocano i templi sami. Ma come si sposta una chiesa di 40 metri di lunghezza e 600 tonnellate, interamente in legno, senza danneggiarla? L’operazione è stata pianificata per oltre cinque anni. Gli ingegneri hanno deciso di non smontarla, ma di trasportarla nella sua interezza, in un processo lento, preciso, quasi rituale.
Il primo passo è stato rafforzare la struttura interna con travi d’acciaio e gabbie di protezione, per garantirne la stabilità. Successivamente, l’edificio è stato sollevato da terra grazie a un sistema di martinetti idraulici, e adagiato su una struttura mobile con ruote motorizzate controllate da remoto. Un trasporto su ruote, insomma, ma guidato con la delicatezza di un chirurgo. A una velocità di circa 40 metri all’ora, la chiesa è stata spostata di 3,2 chilometri verso la nuova area urbana. L’intero tragitto è durato alcune settimane, in un silenzio quasi liturgico, seguito con partecipazione da tutta la comunità. A ogni passo, la Kiruna Kyrka sembrava respirare con la città, come se anch’essa sapesse che era giunto il momento di continuare il cammino. Il progetto è stato realizzato in collaborazione tra LKAB (la compagnia mineraria che ha finanziato lo spostamento), il Comune di Kiruna, architetti specializzati in restauro, e ingegneri strutturisti. 
Non si è trattato solo di una sfida tecnica, ma di un atto collettivo di cura per il proprio patrimonio. Ogni dettaglio è stato monitorato: dai microspostamenti delle travi alla resistenza dei materiali sotto stress. Persino i tetti in rame e gli arredi sacri sono stati trasportati con procedure separate e protette. Kiruna non sta solo spostando una città: sta reinventando il proprio futuro. Nuove case, nuovi uffici, una nuova stazione ferroviaria, una piazza centrale; tutto sta nascendo a qualche chilometro dal vecchio centro.
Una metropoli che non rinnega il passato, ma lo porta con sé, letteralmente, pezzo dopo pezzo. Qui, l’estrazione mineraria ha nutrito per oltre un secolo l’economia della regione e della nazione. Ma ogni risorsa, si sa, ha un prezzo. Quando il sottosuolo comincia a cedere, a tremare sotto le fondamenta di ciò che credevamo eterno, si aprono domande scomode: quanto vale un edificio? E quanto vale la memoria collettiva di una comunità? La Svezia ha risposto con pragmatismo e rispetto. 
La Kiruna Kyrka, ora nel suo nuovo sito è un simbolo mobile di resilienza, ingegno e rispetto per la storia. In un’epoca in cui molte città si trovano ad affrontare sfide simili – tra cambiamento climatico, subsidenza, risorse esaurite e pressioni demografiche – l’esperienza di Kiruna potrebbe diventare un modello globale. Un laboratorio a cielo aperto di come si possa conciliare crescita industriale e rispetto per il passato, adattamento urbano e coesione sociale.
Ivana Tuzi

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