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JOMO, il piacere di non esserci e di non sentirsi in colpa

di | 2026-07-01T23:24:59+02:00 5-7-2026 0:45|Attualità, Sezione10|0 Commenti

VITERBO – Per anni abbiamo convissuto con la FOMO come con un sottofondo costante. Fear Of Missing Out: la paura di perdersi qualcosa, di restare fuori da un’esperienza, da una conversazione, da un momento che sembra importante. È quella sensazione sottile che spinge a controllare il telefono durante una cena, a dire sì a un invito anche quando si è stanchi, a pensare che altrove stia succedendo qualcosa di più interessante. Una cena saltata, un concerto perso, una storia vista in ritardo: piccoli segnali che alimentano l’idea di essere sempre un passo indietro.

Poi, quasi senza accorgercene, è cambiato il ritmo: troppe notifiche, troppi inviti, troppe serate raccontate mentre stanno ancora accadendo. In questo scenario ha iniziato a farsi spazio la JOMO, Joy Of Missing Out: il piacere, molto concreto, di non esserci e non sentirsi in colpa. Non è esattamente isolamento, né una versione estetizzata della solitudine. È piuttosto una scelta: vuol dire accettare che non tutto richiede la nostra presenza, né il nostro tempo. Dire “stasera passo” senza costruire una scusa credibile. Nella maggior parte dei casi si scopre che non succede nulla di grave. La questione riguarda sempre l’esserci, ma l’esserci meglio.

La FOMO porta a moltiplicare le presenze, spesso distratte: si è a cena e si guarda il telefono, si è in viaggio e si pensa a cosa pubblicare. La JOMO fa il contrario: riduce, ma rende più pieno. Se scelgo di restare a casa, quel tempo diventa davvero mio. Una cena senza fretta, un film visto dall’inizio alla fine, una passeggiata senza meta. Anche in silenzio, che oggi sembra quasi un lusso. C’è dentro anche un cambio di prospettiva più ampio. Per molto tempo avere l’agenda piena è stato sinonimo di vita interessante. Più impegni, più contatti, più movimento. Ora si inizia a guardare le cose in modo diverso: avere spazio è una possibilità. Il tempo libero smette di essere qualcosa da riempire a tutti i costi e diventa qualcosa da gestire con più attenzione.

Il rapporto con il digitale entra inevitabilmente in gioco. Nel rapporto con il digitale, la JOMO aiuta a rimettere i social nella giusta misura: presenti, utili, ma meno centrali nel modo in cui valutiamo le nostre giornate. Le vite che scorrono sugli schermi sono frammenti, spesso filtrati. Il problema nasce quando diventano un parametro. La FOMO si alimenta proprio lì, nel confronto continuo con ciò che fanno gli altri. La vita fuori dallo schermo, invece, non ha bisogno di essere mostrata per esistere. Succede e basta.

C’è però un rischio: trasformare anche la JOMO in una posa. Raccontare ogni volta che si sceglie di restare a casa finisce per svuotare il senso della scelta. Il piacere di mancare davvero arriva quando non c’è bisogno di dirlo, è qualcosa che si costruisce nel tempo, imparando a distinguere tra ciò che si vuole fare e ciò che si fa per abitudine o per paura di restare fuori. Anche nelle relazioni cambia qualcosa. Dire no spesso permette di esserci meglio quando si decide di partecipare. Meno presenze automatiche, più incontri voluti. Meno distrazioni, più attenzione.

Alla fine, la JOMO non ha nulla di spettacolare. Non promette cambiamenti radicali né soluzioni rapide. È una pratica semplice: scegliere con più cura dove mettere il proprio tempo e accettare che perdere qualcosa, ogni tanto, non è una perdita.

Alessia Latini

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