VITERBO – Prima ancora di partire abbiamo già riempito il telefono di indirizzi. Ristoranti consigliati, spiagge da raggiungere, musei, mercati, terrazze panoramiche e locali in cui fermarsi per l’aperitivo. Ogni luogo ha il suo orario e ogni giornata finisce per assomigliare a un’agenda di lavoro. Organizzare una vacanza può essere piacevole e, in molti casi, anche utile. Il problema nasce quando il programma diventa così preciso da non lasciare spazio a niente. Si corre da una parte all’altra con la paura di perdere qualcosa, si controlla continuamente l’orologio e si arriva a sera stanchi, quasi infastiditi da tutto quello che ancora manca da vedere. Forse, ogni tanto, dovremmo partire con una lista più corta.
Viaggiare senza un itinerario dettagliato non significa presentarsi in un posto senza sapere nulla. Basta scegliere ciò che ci interessa davvero e lasciare libero il resto della giornata. Un museo, una passeggiata, una spiaggia o un ristorante prenotato possono essere l’unico punto fermo. Tutto il resto si decide sul momento. È proprio in quelle ore non programmate che spesso succedono le cose più piacevoli. Si imbocca una strada perché sembra tranquilla, ci si ferma in un bar scelto solo per i tavolini all’ombra, si scopre un piccolo negozio che non compariva in nessuna guida. Magari non accade nulla di straordinario, ma quel momento finisce ugualmente tra i ricordi più belli. Capita invece di tornare da una città con centinaia di fotografie e la sensazione di averla vista solo di sfuggita.
Abbiamo raggiunto tutti i luoghi più conosciuti, ma non ricordiamo il rumore delle strade, le persone sedute fuori dai negozi o l’atmosfera di un quartiere lontano dal centro. Per rallentare si può provare una regola molto semplice: un appuntamento al giorno. Il resto rimane libero e si decide dopo colazione, guardando il cielo, ascoltando la stanchezza oppure seguendo una voglia improvvisa. Non serve andare sempre da qualche parte. Anche tornare nello stesso locale o fermarsi per un pomeriggio intero sulla stessa spiaggia può essere un modo per conoscere un luogo. Una curiosità riguarda la figura del “flâneur”, (nata nella cultura francese dell’Ottocento) che passeggiava per la città senza una destinazione precisa, osservando palazzi, vetrine e scene quotidiane. Non camminava per arrivare, ma per guardarsi intorno. Un’abitudine che oggi sembra quasi insolita, soprattutto quando ci muoviamo seguendo le indicazioni del navigatore.
C’è poi la serendipità, una parola che descrive la scoperta fortunata di qualcosa che non stavamo cercando. Durante un viaggio può essere un piccolo ristorante, un panorama incontrato per caso o una conversazione nata mentre si aspetta un autobus. Sono episodi che nessun programma potrebbe prevedere e che, proprio per questo, restano impressi. Lasciare uno spazio vuoto può creare un po’ di disagio. Quando abbiamo speso soldi e aspettato a lungo una vacanza, sentiamo di dover sfruttare ogni minuto. Dormire fino a tardi sembra quasi uno spreco, così come rinunciare a un’escursione perché siamo stanchi. Eppure riposarsi, cambiare idea e non rispettare una tabella di marcia fanno parte del viaggio quanto una visita guidata.
Accettare di non vedere tutto permette anche di guardare meglio ciò che abbiamo davanti. Un posto non deve essere completato come una raccolta di figurine. Qualcosa resterà fuori, ed è normale. Potrebbe diventare una ragione per tornare o semplicemente rimanere una parte sconosciuta di quel luogo. Naturalmente una vacanza poco programmata non sarà priva di contrattempi. Potremmo trovare una porta chiusa, perdere un autobus o accorgerci troppo tardi che il ristorante scelto è pieno. Ma anche questi piccoli inconvenienti possono portarci altrove. Magari sotto un portico, mentre aspettiamo che smetta di piovere, magari in una piazza che non avevamo mai sentito nominare: senza fretta e senza niente da cancellare dalla lista.
Alessia Latini

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