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Il treno terapeutico frena l’Alzheimer

di | 2026-04-12T01:37:39+02:00 12-4-2026 0:01|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

MILANO – Quattro poltrone in pelle, un portabagagli in rete, stampe vintage alle pareti. E poi il finestrino: grande, con fuori che scorre un paesaggio. Colline, campagna, qualche stazione di passaggio. Il suono delle rotaie che accompagna tutto. Sembra un vecchio scompartimento delle Ferrovie dello Stato e, in effetti, è esattamente quello che vuole sembrare. Solo che il treno non si muove, il finestrino è uno schermo, e le persone sedute su quelle poltrone sono anziani con Alzheimer o demenza, spesso agitati, spesso disorientati. Eppure qualcosa succede. Nei loro occhi qualcosa si quieta. Qualcosa, nella memoria, torna. Si chiama terapia del viaggio, o treno terapeutico. È una terapia non farmacologica — cioè un approccio che non usa medicinali — pensata per ridurre l’agitazione e l’aggressività nei pazienti con demenza.

L’ha ideata Ivo Cilesi, psico-pedagogista italiano, nel 2009. Da allora il metodo è stato brevettato, riconosciuto dal Ministero della Salute come dispositivo medico, e adottato da quindici strutture in Italia. Non è una cura — l’Alzheimer non si cura — ma in molti pazienti migliora concretamente la qualità della vita. Ed è già molto. Per capire perché funziona bisogna capire una cosa su come l’Alzheimer agisce sulla memoria. La malattia distrugge prima la memoria recente — i nomi, i volti, dove si è, che giorno è — ma tende a risparmiare più a lungo la memoria legata alle emozioni e al passato lontano. Chi ha un genitore con Alzheimer lo conosce bene: non ricorda cosa ha mangiato a pranzo, ma descrive con precisione la casa in cui è cresciuto. Non riconosce i nipoti, ma si anima quando sente una canzone di sessant’anni fa. Quella memoria emotiva e affettiva resiste, anche quando tutto il resto sembra perduto. Ed è esattamente quella che il treno terapeutico cerca di raggiungere.

Il treno è stato scelto tra tutte le esperienze possibili per un motivo preciso: chi oggi ha ottanta o novant’anni ha preso il treno tutta la vita. Per lavorare, per raggiungere la famiglia, per le vacanze estive, per i trasferimenti dal Sud al Nord. Il treno appartiene alla memoria di un’intera generazione, al di là delle differenze sociali o geografiche. È un’esperienza densa di ricordi emotivi: i commiati nelle stazioni, i paesaggi che scorrono, la compagnia degli sconosciuti negli scompartimenti, l’attesa. Inserire qualcuno in uno spazio che evoca tutto questo non è una semplice distrazione: è un tentativo di riattivare tracce di memoria che la malattia non ha ancora cancellato. La sessione dura circa quarantacinque minuti e segue un protocollo preciso.

Non comincia direttamente nel vagone: c’è prima una sala d’attesa ricostruita nei dettagli, con una panchina, un tabellone partenze, un orologio, una biglietteria. Il biglietto viene timbrato — anche questo fa parte della terapia — e poi si entra nello scompartimento. I pazienti sono seduti uno di fronte all’altro, per favorire il contatto visivo e la socialità. Lo schermo proietta filmati di paesaggi reali, scelti possibilmente in base alle tratte che i pazienti hanno percorso nella loro vita. L’audio è quello reale di un treno in corsa: il ritmo delle rotaie, i cigolii, gli annunci delle stazioni. Tutto è calibrato per rendere l’esperienza il più credibile possibile. Quello che succede durante la sessione è difficile da raccontare solo con i dati.

Chi lavora in queste strutture tende a usare le storie concrete, e si capisce perché. Una paziente che non riconosce i figli da anni comincia a parlare della propria madre guardando scorrere la campagna. Un uomo che non pronuncia frasi complete da mesi commenta il paesaggio con i compagni di viaggio. Qualcuno piange, ma di un pianto quieto, diverso dall’agitazione. Qualcuno si addormenta — e nelle persone con demenza grave, un sonno tranquillo è già una conquista. La terapia non chiede al paziente di ricordare qualcosa di preciso: crea le condizioni perché le emozioni legate ai ricordi si riattivino da sole, senza sforzo, senza la pressione di dover rispondere bene.

Sul piano clinico, l’obiettivo principale è ridurre i disturbi comportamentali: l’agitazione, l’aggressività, il wandering, quella tendenza a girovagare compulsivamente che molti pazienti sviluppano, spesso interpretata come la ricerca di qualcosa che non sanno più nominare. Questi comportamenti sono tra i più difficili da gestire nelle strutture di cura, e la risposta farmacologica tradizionale — sedativi, antipsicotici — ha effetti collaterali pesanti. La terapia del viaggio non sostituisce i farmaci, ma in molti casi ne riduce il dosaggio necessario. Ed è questo l’indicatore che le strutture guardano con più attenzione, perché è quello che si traduce direttamente in benessere reale.

Vale la pena pensare a cosa significa, per una persona con demenza avanzata, vivere in una RSA. L’ambiente — corridoi anonimi, spazi standardizzati, personale che cambia, nulla che evochi qualcosa di familiare — viene spesso percepito dal paziente come un posto chiuso e sconosciuto. L’ansia che ne deriva non è irrazionale: è la risposta di un cervello che ha perso gli strumenti per orientarsi e non trova nell’ambiente nulla a cui aggrapparsi. Il treno terapeutico risponde anche a questo: offre uno spazio riconoscibile, che non chiede al paziente di adattarsi a qualcosa di nuovo, ma lo accoglie in qualcosa che — in qualche forma, in qualche strato della memoria — ha già conosciuto.

La terapia si è dimostrata utile anche con pazienti autistici e con persone che soffrono di depressione. Il principio di base — creare un ambiente controllato che evochi emozioni positive attraverso stimoli sensoriali — è lo stesso che funziona nella musicoterapia e nella pet therapy. Quello che il treno aggiunge è la dimensione narrativa del viaggio: non un singolo stimolo sensoriale, ma un’esperienza che ha un inizio, uno svolgimento, una fine. Una storia, in qualche modo. E le storie — anche quelle simulate, anche quelle in cui si è seduti fermi mentre il mondo scorre fuori — hanno la capacità di dare un senso a cose che altrimenti restano disperse.

C’è qualcosa di molto semplice e insieme molto potente nell’idea che un finestrino finto possa fare quello che le medicine non riescono a fare. Non perché la tecnologia sia più efficace della farmacologia — non è questo il punto — ma perché lavora su un piano completamente diverso. Non tratta il cervello come un organo da correggere: si rivolge alla persona come qualcuno che ha vissuto, che ha preso treni, guardato paesaggi, fatto viaggi. Che porta con sé una storia, anche quando non riesce più a raccontarla.

Il treno terapeutico parte da un’idea semplice: che quella storia esista ancora, da qualche parte, e che valga la pena provare a raggiungerla. È un gesto medico, ma è anche un gesto di rispetto. E in un campo così difficile, la differenza tra i due è meno netta di quanto si potrebbe pensare.

Ivana Tuzi

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