NAPOLI – C’è un cuore pulsante nel quartiere Sanità a Napoli, un substrato prezioso che sta riemergendo grazie alla collaborazione tra le energie sane del territorio e la forza civilizzatrice dell’arte. In questo sottobosco della città, ai suoi margini, vi è lo “Jago Museum”, ospitato nella Chiesa barocca di Sant’Aspreno ai Crociferi, oggi diventata un interessante spazio dove la scultura si coniuga con la crescita economica e sociale. Qui Jago, lo scultore di Frosinone noto per sapere comunicare via social su temi di attualitá, ha lavorato durante il lockdown come in uno studio lasciando esposte, poi, alcune sue opere che sono state un po’ la spinta per la nuova destinazione dell’edificio, dal 2023. 
Il Museo di Jago, dopo anni di chiusura per inagibilità, ha permesso la riapertura della chiesa ed è stato uno dei motori di rinascita del quartiere. Gli ha ridato speranza. Oggi quello spazio lo gestisce, non a caso, la cooperativa “La Sorte”, costola della più anziana “Paranza”, cui sono ascrivibili i primi successi nella riqualificazione di Napoli. Trentasette ragazzi tra i 24 e i 28 anni, a Sant’Aspreno hanno trovato lavoro e riscatto sociale grazie ad un progetto che mette insieme i bisogni del quartiere con quelli legati al decoro urbano. Quei giovani, infatti, si sono potuti costruire un’identità professionale e ritagliarsi un ruolo sociale di tutto rispetto.
L’esposizione delle opere a Sant’Aspreno ha permesso, con il museo, di trasformare l’edificio religioso in rovina in una meta turistica parecchio richiesta i cui proventi, oltre a garantire lo stipendio dei 37 giovani, sta permettendo di restaurare la chiesa. Nel contempo, questi ragazzi si stanno formando come dei veri professionisti. La cosa bella di questa rinascita culturale, infatti, è che ne sono protagonisti proprio i giovani del malfamato quartiere, naturalmente i più motivati, sensibili. Te li trovi lì anche come guide e ti chiedi quale preparazione abbiano avuto per poter spiegare così appassionatamente, con forza, il messaggio rivoluzionario impresso dallo sculture nelle sue opere solo apparentemente ispirate a modelli classici. 
Perché in realtà, pur citando il mito, esse vogliono dirci qualcosa di più sui nostri tempi e sui nostri comportamenti. Come la sua versione di “Narciso”, una critica al culto dell’apparenza tipico della nostra epoca e come “Aiace e Proserpina”, un gruppo scultoreo dove la protagonista femminile rinnega la tradizione, le dà una sterzata e si ribella simboli camente alla presa maschile. Lo sa spiegare molto bene Raffaele Esposito, impegnato nel settore amministrativo ma occasionalmente alla guida dei gruppi, cosa che sa fare con competenza e, soprattutto, quella sensibilità necessaria a decodificare immagini. “Ognuno di noi ha un impegno preciso – spiega Raffaele – ma vedere all’opera Jago, farsi spiegare da lui le sue opere è stato formativo ed è un piacere offrire ai turisti l’esperienza che ne abbiamo avuto”.
Così succede che una delle zone più problematiche e anche pericolose della città, dove la cosa più probabile per un giovane è che faccia parte di quel 40 per cento che ha abbandonato gli studi ed è fortunato se non gli capita di trovarsi nel bel mezzo di una sparatoria (come a Emanuele, 20 anni, ucciso nel marzo scorso, solo l’ultimo di una lunga lista), diventa un gioiello e promuove bellezza trasformandosi in un modello da esportare. La magia si è compiuta da quando l’allora “illuminato” parroco don Antonio Loffredo (oggi passato ad un progetto più ampio nel centro storico con il Museo Diocesano Diffuso), ha intuito la portata economica e sociale del patrimonio napoletano, letteralmente “sepolto” sotto la sporcizia, il traffico e il vociare caotico della Sanità. E quindi dopo aver riportato ad essere fruibili le catacombe, ha avviato un progetto che ha già raccolto tre milioni di euro da utilizzare per il recupero dei beni artistici del quartiere che finora i turisti, anche per paura, avevano accuratamente evitato. 
Oggi, al contrario, sono molti quelli che prenotano le visite allo “Jago Museum” prima di partire per Napoli. Lo scultore aveva già iniziato a collaborare a questo progetto con il suo “Figlio velato” della Cappella Bianchi, provocatoria rivisitazione del settecentesco “Cristo” della Cappella Sansevero. Poi da lì l’idea della riqualificazione si è estesa ed oggi, con questa sperimentazione, è diventata un modello che può essere replicato ovunque possa servire. Non appare più cosí dura, oggi, la vita tra i vecchi palazzi ottocenteschi della Sanità, mai rimaneggiati, fatiscenti già nei film in bianco e nero, popolati all’inverosimile soprattutto nei “bassi” che si affacciano sui marciapiedi e ne invadono lo spazio con recinzioni di plastica, quando non di cartone.
Il Quartiere Sanità, dove i logori panni stesi sui fili sono segno di una sopravvivenza strappata alla povertà o alla illegalità e alla disoccupazione, che – ufficialmente – è al 40 per cento, si sta preparando un futuro prestigioso. Per la riqualificazione dell’intero quartiere, peraltro il più popoloso della città, c’è tanto lavoro da fare ma sotto il degrado ci sono tante perle da scoprire ed è quello il cuore pulsante che fa intravedere una luce al di là dell’emarginazione e dell’ignoranza che ha caratterizzato il quartiere fino a tempi recenti.
Gloria Zarletti

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