NAPOLI – Negli ultimi anni il dibattito sul politically correct ha investito anche il cinema comico italiano e i film di Checco Zalone ne sono diventati uno dei terreni più discussi. L’attore pugliese ha costruito il suo successo su una comicità che esaspera stereotipi culturali, linguistici e sociali, spesso mettendo in scena personaggi volutamente ignoranti o politicamente scorretti. 
Proprio questa scelta narrativa ha sollevato critiche e difese contrapposte. Da un lato, c’è chi accusa Zalone di perpetuare cliché offensivi, soprattutto quando tocca temi sensibili come l’immigrazione, l’omosessualità o il divario Nord-Sud. In un contesto culturale sempre più attento all’inclusività, alcune battute vengono giudicate fuori tempo massimo. Dall’altro, molti spettatori e critici sottolineano come il bersaglio della satira non siano le minoranze, ma l’ottusità del protagonista stesso, smascherata attraverso l’eccesso comico.
I film di Zalone, in questa lettura, non rifiutano il politically correct per nostalgia o provocazione gratuita, ma lo usano come strumento per raccontare le contraddizioni dell’Italia contemporanea. La risata diventa così un mezzo per riflettere, più che per offendere. In un’epoca in cui la comicità è spesso costretta all’autocensura, il caso Zalone continua a interrogare pubblico e industria su dove passi il confine tra satira e rispetto. Nei film di Checco Zalone i temi legati agli omosessuali e agli immigrati occupano spesso uno spazio centrale nel dibattito sul politically correct. La comicità dell’attore barese si fonda infatti sull’esagerazione di pregiudizi diffusi nella società italiana, portati in scena attraverso personaggi che incarnano ignoranza, paura del diverso e resistenze culturali. 
È proprio questo meccanismo a dividere pubblico e critica. Per quanto riguarda l’omosessualità, Zalone utilizza spesso battute e situazioni che, lette superficialmente, possono apparire stereotipate. Tuttavia, in molte scene il vero oggetto della risata non è il personaggio omosessuale, ma la reazione impacciata, bigotta o infantile del protagonista, che rivela i limiti di una mentalità arretrata. Un approccio simile viene adottato nel trattare il tema dell’immigrazione: lo straniero non è quasi mai ridicolizzato in sé, mentre lo è l’italiano medio che lo guarda con sospetto o opportunismo. In un’epoca in cui il cinema tende a muoversi con cautela su questi argomenti, Checco Zalone sceglie la strada della satira diretta, rischiosa ma efficace. Il politically correct non viene ignorato, bensì messo alla prova, costringendo lo spettatore a interrogarsi su ciò che davvero fa ridere e sul perché.
È questa ambiguità, più che la provocazione, a spiegare il successo e la longevità del suo cinema. Nel video-racconto Buen Camino, ultimo film di Zalone con boom di incassi al botteghino, la comicità lascia spazio a toni sorprendentemente intimi, affrontando il tema della conversione in una chiave più positiva e matura rispetto ad altre opere dell’attore pugliese. Ambientato lungo il Cammino di Santiago, il racconto diventa soprattutto il percorso interiore di un padre che cerca di ricostruire il rapporto con la figlia, più che una semplice satira religiosa. La conversione, in questo caso, non è caricatura né opportunismo, ma occasione di cambiamento autentico. 
Il cammino fisico si intreccia con quello emotivo: il protagonista è costretto a confrontarsi con i propri limiti, con gli errori del passato e con una figlia che guarda il mondo con sensibilità diversa. Il cristianesimo viene rappresentato in modo positivo, come spazio di ascolto, silenzio e riconciliazione, lontano dall’ipocrisia spesso bersagliata da Zalone. Pur mantenendo momenti di ironia, Buen Camino mostra un autore capace di usare la fede come linguaggio di dialogo e non di divisione. Il rapporto padre-figlia diventa il cuore del racconto, simbolo di una conversione che non riguarda solo la religione, ma soprattutto l’affetto, la responsabilità e la possibilità di ricominciare.
Innocenzo Calzone

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