Si torna a parlare di lockdown. Anzi, torna ad aleggiare l’ombra di significative restrizioni, come ai tempi neanche troppo lontani dell’epidemia da Covid. Stavolta le cause non sono di carattere sanitario ma energetico. La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno alimentando timori sempre più concreti su possibili carenze di gas, carburanti e, in generale, forniture legate agli approvvigionamenti di qualunque genere. Si tratta per ora di ipotesi che le imminenti trattative tra Usa e Iran hanno leggermente raffreddato, ma se la situazione non si sbloccasse entro breve, bisognerebbe mettere in atto interventi abbastanza severi per limitare il consumo di gas e petrolio.
Intanto, è opportuno ricordare che una normativa già esiste ed è pubblica. Si tratta del cosiddetto Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale ed è allegato a un decreto del Mase (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica) del 27 ottobre 2023, strutturato in tre livelli progressivi, ciascuno con misure ben definite: preallarme (quando emergono rischi concreti sugli approvvigionamenti), allarme (con riduzione delle forniture gestibile dal mercato), emergenza (quando il mercato non è più sufficiente). È proprio quest’ultimo scenario a far scattare i provvedimenti più drastici.

Lo Stretto di Hormuz
Le misure dunque già esistono, ma sono previste come risposta a un’emergenza già dichiarata e dopo che le leve di mercato si sono esaurite. Secondo il Mase, in questi giorni si sta aggiornando il piano sulla base degli scenari reali: gli arrivi attesi nelle prossime settimane, i flussi che potrebbero rallentare a maggio se la crisi nel Golfo non si stabilizzasse del tutto, i margini di manovra con le fonti alternative.
Sul tavolo ci sono misure che evocano scenari già vissuti: smart working esteso, targhe alterne, riduzione dell’illuminazione pubblica, limiti a riscaldamenti e condizionatori, didattica a distanza nelle scuole. Non è ancora allarme vero, ma la situazione è oggettivamente delicata e quindi meritevole della massima attenzione.
Tra le ipotesi più concrete c’è il ritorno massiccio dello smart working, soprattutto nella Pubblica amministrazione, per ridurre spostamenti e consumi. Una sorta di déjà-vu che riporta alla memoria i giorni della pandemia, ma con una logica diversa: non fermare il contagio, bensì alleggerire la pressione sul sistema energetico. Accanto al lavoro da remoto, si valutano targhe alterne nelle città, limiti all’uso delle auto private, riduzione dell’illuminazione pubblica, tetti più rigidi per condizionatori e riscaldamenti, possibile razionamento dei carburanti. Una sorta di “dieta energetica nazionale”, in cui ogni chilowatt risparmiato diventa prezioso.
Il vero barometro della crisi resta il gas. La fase di maggiore prudenza potrebbe partire già da maggio, mese in cui si teme un rallentamento delle forniture. Il rischio è che la crisi internazionale si trasformi rapidamente in una crisi domestica, con ricadute dirette su famiglie, imprese e trasporti. Anche Bruxelles si sta muovemdo. Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha invitato gli Stati membri a prepararsi a una possibile interruzione prolungata delle forniture. Tra le soluzioni allo studio vi sono limitazioni sui condizionatori negli uffici pubblici e nei centri commerciali, con temperature tra 27 e 28 gradi; giornate a targhe alterne nei centri urbani per ridurre il consumo di carburante; smart working d’emergenza non solo per i dipendenti pubblici, ma incoraggiato anche nel settore privato. Nn sono previste al momento restrizioni immediate, ma incentivi per la produzione di energie rinnovabili e campagne di risparmio energetico.
Secondo gli analisti economici, l’Italia non rischia blackout imminenti, ma in caso di aggravamento della crisi, la misura più semplice sarebbe la regolazione delle temperature negli edifici pubblici. Già nel maggio 2022, la legge ha imposto 19 gradi in inverno e 27 gradi in estate, con tolleranza di due gradi. Tra le altre misure suggerite, ci sono riduzione dei limiti di velocità in autostrada, maggiore utilizzo dei mezzi pubblici, riduzione dei voli non necessari, ulteriore spinta allo smart working, accelerazione su rinnovabili e biocarburanti. È il segnale che la crisi non riguarda più soltanto il prezzo dell’energia, ma la sua stessa disponibilità.
Insomma, se dal Pakistan non arriveranno buone notizie che coinvolgano anche la pesantissima situazione in Libano e in Palestina, bisogna prepararsi a restrizioni nei consumi che avranno ripercussioni evidenti anche sull’ormai prossima stagione turistica. Ma non è proprio il caso di pensare alle vacanze o alle ferie: bisogna invece operare, ognuno per la parte di competenza, per impedire che in ogni angolo del mondo sia ancora la guerra a stabilire i destini dei popoli.
Buona domenica.

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