ROCCASINIBALDA (Rieti) – Estate 1988: “C’è il giudice Falcone al telefono che chiede di lei” disse la segretaria dell’avvocato Giovanni Vespaziani, presidente dell’Ordine degli avvocati di Rieti (dal 1986 al 1988). “Presidente, io la devo nominare difensore d’ufficio di un pentito di mafia, un collaboratore di giustizia che si trova attualmente nel carcere di Rieti. Ho intenzione di nominare lei perché è il presidente del Consiglio dell’Ordine. Potrebbe anche delegare un altro avvocato, ma desidero che sia proprio lei a difendere questo collaboratore”. Il collaboratore era Antonino Calderone, braccio destro del fratello Pippo, uno che conosceva non solo tutta la mafia siciliana (Buscetta conosceva quella trapanese), ma anche quella del continente. Al Ministero della Giustizia c’era Claudio Martelli, non esisteva ancora una procedura definita per i pentiti di mafia, si valutava mano a mano, giorno per giorno, con provvedimenti ad hoc, in grande segretezza. 
Estate 2025: la storia di due uomini di legge, che hanno collaborato con stima e fedeltà reciproca, sapendo i rischi che correvano, è raccontata nel libro scritto da Amalia Mancini “Falcone e Vespaziani” – Un’alleanza per la verità” (stampato da Amazon), presentato nei giorni scorsi nell’ambito della rassegna culturale della biblioteca museo “Angelo di Mario” di Vallecupola, diretta da Maria Grazia di Mario: “Anche da questo piccolo paese parliamo di mafia, perché è necessario conoscere, ricordare, vigilare”.
Vespaziani è lo zio di Amalia, oggi ha 94 anni, è seduto accanto a lei. “E’ una storia di famiglia, ma riguarda tutti noi, per questo ho voluto trascrivere i ricordi di mio zio: è necessario proseguire nell’educazione alla legalità e questo è un libro da adottare nelle scuole”. Amalia fa parlare lo zio in prima persona, con una prosa scorrevole, semplice e diretta, pur trattando argomenti molto complessi, ma è ancora più emozionante ascoltare i ricordi diretti dell’avvocato, quando parla dei ‘codici’, dei patti di sangue della mafia, che sono all’opposto di tutti gli altri codici etici e morali, quando racconta nei particolari chi era Calderone, come funziona la Cupola, i delitti efferati, come vengono scelti e addestrati i capi: “Ma tutti hanno diritto ad essere difesi. Non posso negare che avevo delle remore – racconta – se Giovanni Falcone ti chiede di fare il difensore d’ufficio di un pentito di mafia di certo si tratta di un personaggio importante, non un delinquente da poco. Avevo già avuto modo di combattere questo male. Avevo fatto un giuramento, di difendere la legge e la giustizia a tutti i costi, un valore che deve essere per tutti. Quindi accettai e solo dopo mi disse di chi si trattava”.

Da sinistra, il critico Sandro Angelucci, l’autrice Amalia Mancini, l’avvocato Giovanni Vespaziani e Maria Grazia di Mario, direttrice della biblioteca museo
Gli incontri avvenivano in luoghi diversi, comunicati solo poche ore prima, trasferimenti sotto scorta o in elicottero. “So molto della mafia… perché ne faccio parte”: il faldone scritto negli anni di interrogatori è di 700 pagine. La prima cosa da fare era proteggere la moglie e le figlie di Calderone, altrimenti non avrebbe parlato. “Falcone aveva conoscenze internazionali e con l’Fbi dettero una nuova identità alla famiglia, trasferendola all’estero. Calderone fu di parola, del resto dopo l’uccisione del fratello, nel 1978, aveva paura. Nel 1983 si rifugiò a Marsiglia e lì lo trovò Falcone. Gli interrogatori rispettavano la persona, senza trabocchetti o forzature, pur di fronte a situazioni scabrose: emerse un abisso profondo di corruzione, un’oscurità che avvolgeva il mondo e lo faceva tremare. Tremai anch’io, provai rabbia, ma Falcone non si scomponeva, scriveva, prendeva appunti, anche davanti a confessioni orrende, senza fare una piega, ma affamato di giustizia. Sapeva che la mafia lo avrebbe ucciso, non sapeva quando. Poi iniziò il maxiprocesso con più di trecento imputati di associazione mafiosa”.

Il giudice Giovanni Falcone ucciso dalla mafia a Capaci, insieme alla moglie e alla scorta
Nei giorni degli interrogatori al carcere di Rieti di Santa Scolastica (dove poi arrivò anche Totuccio Contorno), Falcone non andò in albergo, visse da recluso in una cella, pronto a difendere la vita del pentito, soffocare sommosse, fidandosi di uomini appositamente formati. “Ho una grande ammirazione per l’uomo che è stato, è diventato un faro nella mia vita, onorato di aver lavorato con lui per quattro anni. Un esempio di dedizione e coraggio, così come Paolo Borsellino. Abbiamo condiviso momenti intensi e difficili, ma la nostra solidarietà e il sostegno reciproco non sono venuti mai meno. Ho scoperto un uomo fiero e schietto, sempre pronto ad ascoltare e a sorridere. Il coraggio, la lealtà reciproca sono fondamentali in tutti i rapporti umani, nella vita di tutti i giorni, perché sia degna di essere vissuta”.

Amalia Mancini e Giovanni Vespaziani
Vespaziani è nato a Castel di Tora da una famiglia contadina (la mamma era di Vallecupola), è stato più volte sindaco di Castel di Tora (dal 2005 è sindaco emerito), ha avviato la ristrutturazione e il recupero del borgo di Monte Antuni e del Palazzo del Drago, che ha ospitato la comunità di recupero di don Gelmini per diversi anni, insieme all’Anci è stato tra i promotori dell’associazione I borghi più belli d’Italia (Castel di Tora è nei primi dieci), favorevole, nei piccoli centri delle aree interne, all’Unione dei Comuni.
Per lui valgono le parole dello stesso Falcone “Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole”. Un piacere leggere il libro, consigliato anche dal critico della rassegna culturale della biblioteca Sandro Angelucci, un onore aver conosciuto una persona di rare qualità, che ha regalato a tutti i presenti un pomeriggio indimenticabile.
Francesca Sammarco
Nell’immagine di copertina, l’autrice del libro e il protagonista, l’avvocato Giovanni Vespaziani

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