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Il filosofo Ernst Bloch tra Speranza e Utopia

di | 2022-04-15T18:07:56+02:00 17-4-2022 6:40|Cultura, Sezione9|0 Commenti

PALERMO – Non è facile coltivare semi di speranza in questo momento storico. Specie per chi non ha fede in un Dio che, in silenzio, tiene le fila delle dolorose e ingarbugliate vicende umane. E ci promette una Resurrezione. Eppure, nel secolo scorso, il tedesco Ernst Bloch, laico e non credente, ha teorizzato la centralità nella Storia umana della prospettiva dell’utopia e della speranza, tanto da titolare una delle sue opere principali “Il principio Speranza”.

Bloch, nato nel 1885 in una famiglia di origine ebraica, si laureò nel 1908 in filosofia e fu vicino a intellettuali come Max Weber, Bertolt Brecht e Theodor Adorno. Nel 1933, con l’avvento del nazismo al potere, lasciò la Germania e, dopo varie peregrinazioni, si stabilì negli USA. Nel 1948 accettò un incarico di docenza all’Università di Lipsia, nella Germania Est, da cui fuggì però nel 1961 perché considerato dal regime comunista della DDR un pericoloso marxista eretico. Si stabilì quindi nella Germania Ovest e ottenne una cattedra universitaria a Tubinga, dove morì nel 1977.

Già nel 1918 la prima opera di Bloch, Spirito dell’Utopia, conteneva idee e suggestioni che saranno riprese poi ne Il principio Speranza. Nelle pagine dello scritto del 1918, il filosofo sottolineava che la cultura europea aveva fallito, poiché era stata incapace di evitare la tragedia della Prima guerra mondiale. Era necessario, pertanto, ripensare al concetto di utopia: idea fondante e regolativa da non intendere come un contenuto impossibile da realizzare perché privo di basi realistiche, ma come possibilità e tensione progettuale, come itinerario in progress, creativo e costruttivo, per raggiungere un obiettivo lontano, ma conseguibile. In ultima analisi, l’utopia di Bloch poteva essere assimilata a un programma politico a lunghissima scadenza.

Il filosofo, seguace della cosiddetta corrente calda del marxismo, contestò la freddezza economicistica del socialismo reale, responsabile di avere perso di vista “il vero motore della rivoluzione che risiede nella coscienza umana, che senza sosta tende a un futuro non ancora consapevole, ma presagito”. Per il filosofo, invece, l’utopia, il sogno, l’attesa costituiscono la dimensione fondamentale dell’essere e di quell’”animale utopico” per eccellenza che è l’uomo.

Ne Il principio speranza (pubblicato in tre volumi, dal 1953 al 1959), Bloch ribadì che speranza e utopia sono elementi essenziali dell’agire e del pensare umano. Per il filosofo, infatti, a mettere in moto lo sviluppo storico sono la coscienza anticipante dell’uomo, la sua capacità di anticipare i progetti più alti: modalità che si manifesta intanto nella dimensione dei sogni e delle aspirazioni che caratterizzano la vita quotidiana, nel mondo fantastico delle favole, nei racconti dei film e degli spettacoli teatrali, come anche nelle utopie sociali quali le grandi concezioni religiose e filosofiche.

In tutte queste forme della coscienza anticipante dell’uomo, l’elemento fondamentale è la speranza, che non è solo una dimensione individuale e soggettiva, ma costituisce un aspetto reale dello sviluppo concreto delle varie forme di esistenza. Dall’analisi della natura della coscienza anticipante dell’uomo, inoltre, emerge chiaramente il non-ancora come verità profonda che dà valore reale alla speranza, intesa non più come astratto sogno campato in aria, ma come docta spes/speranza sapiente, basata sul dinamismo della realtà. La speranza, quindi, non è solo un atteggiamento sentimentale, ma una forza concreta che aiuta a costruire la realtà, in modo razionale e lungimirante. Ecco cosa scrive Bloch nella sua opera: «L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla».

Come la intende Bloch, la speranza non è più solo lo sguardo ottimisticamente diretto al futuro, ma è una sorta di immersione nelle potenzialità insite nel presente: sta a ciascuno dirigere la luce della speranza su ogni attimo della nostra vita presente, altrimenti la luce del faro si perde nella notte del futuro.

Allora, nell’oggi dominato da “passioni tristi”, da un senso pervasivo di impotenza e incertezza che porta alla chiusura in sé stessi e a considerare il mondo e gli altri come una minaccia, è necessario più che mai lasciarsi ‘contagiare’ dalla speranza, virtù di frontiera, sottoposta in ogni momento al rischio e al fallimento, ma indispensabile per potere coltivare l’idea di “cieli e terra nuovi”.

Buona Pasqua e/o Rinascita a tutte/tutti.

Maria D’Asaro

 

Già docente e psicopedagogista, dal 2020 giornalista pubblicista. Cura il blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com. Ha scritto il libro ‘Una sedia nell’aldilà’ (Diogene Multimedia, Bologna, 2023)

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