NUORO – Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, era figlio del conte Guelfo della Gherardesca. Nato nei primi decenni del XIII secolo, appartenente ad una casata ghibellina di origine feudale, si trovò in netta opposizione con i Visconti, famiglia ugualmente di origine feudale di parte guelfa. Il contrasto trovava fondamento negli interessi delle due famiglie in Sardegna. Nel 1252, si trova nel giudicato di Torres come vicario di re Enzo rinchiuso nel carcere bolognese. Tra il 1257-1258 è impegnato nella spedizione pisana contro Santa Igia, una roccaforte ubicata nella zona del cagliaritano, città immensa, con un ampio castello cinto di fossati, che venne sommersa dal fango. Divenne la capitale del Giudicato di Cagliari dal IX secolo d.C., fino al 1258, quando fu distrutta dai Pisani che edificarono il Castello di Cagliari in seguito alla conquista del giudicato.
Da questo momento, Ugolino diventerà signore di un sesto del regno di Cagliari e, nella veste di vicario di re Enzo, stipulò vari atti in nome del re prigioniero, così come nella qualità di capofamiglia tutore e nonno degli eredi del re svevo. Da una bolla papale risalente al 1238, si attesta l’esistenza di un castello (noto a tutti col nome di castello dell’Acquafredda) che, erroneamente, viene attribuito a Ugolino che ne divenne proprietario nel 1257. Le origini della struttura si perdono nel tempo, quando i marchesi di Massa, che erano stati gli ultimi giudici di Cagliari, per consolidare il loro dominio nell’isola fecero edificare la costruzione fortificata. Si trova a Siliqua, nel sud Sardegna, a circa 30 km da Cagliari, e si innalza su un colle di origine vulcanica sviluppandosi per un’altezza di 256 metri rispetto al livello del mare.
La scelta della posizione non fu certo casuale perché dall’alto del colle vulcanico si poteva dominare con la vista tutta la valle del Cixerri, fiume a carattere torrentizio, che scorre nella Sardegna meridionale attraversando la provincia del Sulcis Iglesiente e la città metropolitana di Cagliari, con un corso di circa 40 km. Il nome dato al castello, “Acquafredda”, riporta alla presenza di corsi d’acqua e sorgenti che resero la sopravvivenza nella zona più facile per gli abitanti. All’epoca, infatti, si attesta anche la presenza di un borgo, oggi scomparso, che era il cuore pulsante della vita civile ed economica legata al castello. Purtroppo, quando Ugolino della Gherardesca divenne “signore di Acquafredda”, il castello entrò in una spirale di violenza e calamità che caratterizzano le fasi più drammatiche della sua storia.
Nei documenti medievali si attesta che, dopo la morte del conte Ugolino nella torre della Muda, il castello passò ai figli superstiti. Tra questi, Guelfo qui mise a morte Vanni Gubetta, complice dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Questo crudele gesto viene letto come un atto di vendetta familiare che aggiunse un alone di drammaticità e mistero alla storia del maniero. Successivamente, il castello dell’Acquafredda passò alla Repubblica di Pisa fino al 1324, poi agli Aragonesi, per venire poi abbandonato probabilmente a partire dal 1408. Sotto il controllo di Pietro Otger diventò un feudo che, in seguito, venne trasformato in baronia, e solo nel 1785 viene distrutto e definitivamente abbandonato. 
Il castello dell’Acquafredda, oggi ridotto allo stato di un rudere, si articolava su tre livelli con specifiche funzioni. All’epoca rappresentava un raffinato esempio di architettura medievale militare. Alla base si trovava un borgo, con mura merlate, che ospitava gli alloggi per il personale di servizio e le truppe, le stalle e i depositi. Al livello intermedio erano presenti i servizi essenziali: una torre cisterna a tre vani, con volta a botte, che garantiva la riserva idrica. Nel livello superiore si trovava la residenza nobiliare, ossia il castello. La struttura originariamente presentava una pianta ad U, si articolava su tre piani, e terminava con una maestosa torre di guardia. Le mura erano in blocchi squadrati di trachite locale, il che dimostra sia la maestria dei muratori dell’epoca, che la ricchezza di materiali reperibili nelle cave della zona.
Per anni caduto nell’oblio, recentemente la storia del castello è tornata alla ribalta a seguito di alcuni scavi compiuti all’interno del perimetro del castello e che hanno riportato alla luce i resti di tre individui di sesso maschile di età compresa fra i 35 e i 45 anni. Gli archeologi e gli antropologi si interrogano sulla loro identità. Chi sono? Prigionieri di guerra giustiziati? Soldati morti nella difesa del maniero durante un attacco? Persone decedute per cause naturali ancora ignote? In attesa che le analisi dei corpi possano offrire un quadro più dettagliato della situazione per ora si può solo costruire un “castello” di ipotesi. È comunque un fatto non inusuale seppellire, in caso di assedio o di emergenza, i propri defunti dentro il perimetro fortificato, non potendo raggiungere le zone preposte a ciò come i cimiteri o le fosse comuni. Il fatto, comunque, che i corpi siano stati ricoperti dalla nuda terra meriterà sicuramente un’attenzione particolare da parte degli studiosi.
Tra i castelli della Sardegna circondati da un alone di mistero e leggenda, quello medievale di Acquafredda, il maniero di Ugolino, è uno dei più suggestivi luoghi da visitare nell’isola. Il nobile pisano era soprannominato il “conte maledetto”, per la triste fine che fece assieme alla sua famiglia. Dopo essere caduto in disgrazia, venne imprigionato a Pisa nella torre dei Gualandi, la “Torre della Fame”, dove morì di inedia nel 1288, assieme a figli e nipoti. Secondo la leggenda, disperato per la fame, si nutrì delle carni dei figli, per questo è ricordato anche con il soprannome di “conte cannibale”, e l’atroce episodio è ricordato da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XXXIII).
Ciò che resta del castello è ancora oggi visitabile grazie ad una cooperativa che si autofinanzia, si occupa della manutenzione del sito e cura la visita guidata. Il maniero dell’Acquafredda si raggiunge in mezz’ora di macchina da Cagliari (30 km). Il percorso è fattibilissimo ed accessibile a tutti, ora che hanno costruito le scale di legno. Dalla cima la vista è davvero magnifica e permette di vedere metà della Sardegna nelle giornate migliori, qualcosa di raro che non si trova spesso ed è la forza del sito.
Si sale sino alla sommità del colle attraverso bei camminamenti tracciati all’interno di boschi di olivastro, percorrendo strette scale in pietra e legno sino ad arrivare al mastio. Interessanti sono i lavori parziali di restauro e molto esauriente la spiegazione della guida preparata non solo sulla storia e l’architettura della costruzione, ma anche su flora e fauna locale. La visita dura due ore piene e alla fine ci si può accomodare in uno dei tavolini ai piedi del colle per dissetarsi o prendere un caffè.
Virginia Mariane

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