RIETI – Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, già beati, saranno proclamati santi il 7 settembre in Piazza S. Pietro (la canonizzazione avrebbe dovuto svolgersi ad aprile durante il Giubileo dei giovani). Lo scorso anno, in occasione del centenario della sua morte, l’Azione Cattolica nazionale ha organizzato una mostra itinerante con la revisione e l’arricchimento curato dalla Chiesa di Torino (Frassati era torinese): una ventina di pannelli fotografici e didascalici sulla sua breve vita, che hanno fatto tappa anche a Rieti (sotto gli archi del Vescovado) e a Greccio, nella chiesa di S. Michele Arcangelo nei giorni scorsi. 
Carlo Acutis morì a 15 anni in due settimane per una leucemia fulminante (se ne è già parlato su queste pagine), Giorgio Frassati morì a 24 anni in soli 5 giorni, per una poliomelite altrettanto fulminante, probabilmente contratta durante una visita ai malati. Era nato nel 1901, morì nel 1925: i vaccini erano ancora lontani. In un mondo che corre lui si fermava per amare, scelse il servire, perché la felicità più autentica è nel donarsi.

Come Carlo Acutis, anche la sua era una famiglia più che benestante e affermata della Torino del primo Novecento. Il padre Alfredo (agnostico), fondatore del quotidiano “La Stampa” nel 1895, ambasciatore a Berlino; la madre, Adelaide Ametis, donna con una raffinata cultura e pittrice apprezzata. Cresce in un ambiente colto, laico, avrebbe potuto avere molto, scelse di dare tutto, con entusiasmo e concretezza. Era studente di ingegneria mineraria, sognava di contribuire con i suoi studi a migliorare la vita dei minatori, amava la montagna, iscritto al Cai e all’associazione Giovane Montagna, fondò la “società dei tipi loschi”, un gruppo di amici con cui organizzava escursioni, occasione di apostolato. Si interessava anche di politica, partecipando a manifestazioni a difesa della libertà e della democrazia, scelse di vivere la vita coerentemente con la propria fede, senza ipocrisie, senza sconti e soprattutto con determinazione. 
Aiutava in silenzio, donava i propri abiti, era il “facchino” dei poveri, trascinando per le vie di Torino i carretti carichi di masserizie degli sfrattati. Come membro della Conferenza di S. Vincenzo visitava le famiglie più bisognose alle quali offriva conforto e aiuti tangibili, reagiva contro chi offendeva e aggrediva. Due giorni prima della morte (mancavano due esami alla laurea), scrisse l’ultimo biglietto per aiutare un povero. La sua carità era concreta, senza esibizioni, tanto che solo alla sua morte, vedendo le centinaia di persone presenti al suo funerale, tutti capirono chi era veramente e il gran numero di persone che lo acclamò gli conferì la “fama sanctitatis”.
I genitori lo rimproveravano spesso perché arrivava tardi, non sapendo che andava a piedi perché donava anche i soldi per il tram, oppure li usava per comprare le medicine per i poveri. Giovanni Paolo II, che lo ha beatificato nel 1990, lo definì “l’uomo delle otto beatitudini”. Il miracolo, riconosciuto dalla Chiesa per la beatificazione, è la guarigione di Domenico Sellan, un friulano che aveva contratto, verso la fine degli anni trenta, il morbo di Pott. Il miracolo scelto per la canonizzazione riguarda Juan Manuel Gutierrez, un sacerdote dell’arcidiocesi di Los Angeles nato nel 1986 a Texcoco, non lontano da Città del Messico. 
Dopo una crisi di fede adolescenziale matura la vocazione sacerdotale e nel 2013 entra in seminario a Los Angeles. Il 25 settembre 2017, giocando a pallacanestro con i compagni di seminario, riporta una lesione al tendine di Achille, riparabile solo con un intervento chirurgico. Preoccupato per il costo dell’intervento e le possibili conseguenze, si rivolge in preghiera al beato Pier Giorgio Frassati, del quale ha visto un video su YouTube. Qualche giorno dopo, mentre prega, Gutierrez avverte un calore intenso alla caviglia e scopre di poter camminare di nuovo normalmente. Una successiva risonanza magnetica rivela l’inspiegabile scomparsa della lesione.
Pier Giorgio non ha fondato congregazioni, né ha scritto opere memorabili, partecipava ogni giorno alla Messa e diceva che “la carità non basta sentirla, bisogna viverla”. Vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera “povero come tutti i poveri”: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, anche con le Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo. A Berlino visita i quartieri più miseri ed entra in contatto con i circoli dei giovani studenti e operai cattolici tedeschi.
Andava a teatro, all’opera, visitava i musei, amava la pittura e la musica, conosceva a memoria interi brani di Dante. Dopo una bocciatura in latino iniziò a frequentare i Gesuiti, entrò nel Terz’Ordine Domenicano nel 1922, con il nome di fra’ Girolamo, in onore di Savonarola, farà parte dell’Azione Cattolica, della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Cercava Dio nel quotidiano, nello studio, nel lavoro, facendosi “prossimo” all’altro, con gli scarponi ai piedi per scalare le vette, corda, moschettoni e piccozza, ma con il Vangelo e il rosario in tasca. 
Il periodo in cui è vissuto è quello del primo dopoguerra, pieno di tensioni, il suo era un apostolato sociale, impegnato anche nelle fabbriche, era convinto della necessità di riforme sociali. Nel 1920 entrò nel Partito Popolare Italiano, che considerava un utile strumento per poter realizzare una società più giusta, ciononostante, criticò alcune posizioni politiche di don Luigi Sturzo, tendenti ad appoggiare il nascente fascismo.
Nel settembre 1921 a Roma, durante una grande manifestazione della Gioventù Cattolica, difende la bandiera del suo circolo dall’assalto delle Guardie Regie e viene arrestato. Aveva pensato anche alla consacrazione sacerdotale, ma preferì lo stato laicale, perché gli permetteva di condividere più da vicino il mondo degli operai e dei poveri in prima persona. La sua ricorrenza è il 4 luglio.
Francesca Sammarco

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