Quando per la prima volta gli agricoltori del Salento ascoltarono quella parola si guardarono negli occhi e rimasero senza parole. Gli insegnamenti tramandati dai padri e dai nonni, di generazione in generazione, non avevano mai preso in considerazione un’evenienza del genere. Le piante di ulivo che punteggiavano da secoli le loro terre si erano ammalate perché infettate da un misterioso e pericoloso organismo: la Xylella. Erano i primi anni del terzo millennio e la faccenda, almeno inizialmente, fu classificata come un fatto locale, non particolarmente grave, insomma curabile con i dovuti interventi. E invece no: l’epidemia avanzò rapidamente distruggendo in poco tempo migliaia di alberi.
La Xylella fastidiosa è un batterio che vive e si riproduce all’interno dell’apparato conduttore della linfa grezza (i cosiddetti vasi xilematici, portatori di acqua e sali minerali) ed è in grado di indurre pesantissime alterazioni alla pianta ospite, spesso letali. Inoltre una sottospecie di Xylella fastidiosa è all’origine del Complesso del disseccamento rapido dell’olivo, una gravissima fitopatologia che ha fatto la sua comparsa nell’agricoltura pugliese a partire dagli anni 2008-2009, colpendo in modo pesante gli appezzamenti olivicoli del Salento.
Quando una pianta viene infettata i batteri portano alla formazione di un gel nello xilema, ostruendo il flusso dell’acqua attraverso i vasi linfatici della stessa e bloccando la sua nutrizione. Il disseccamento interessa dapprima rami isolati della chioma e poi l’intera pianta. Altri sintomi sono il ridotto accrescimento di rami e germogli, gli imbrunimenti interni del legno a diversi livelli dei rami più giovani, delle branche e del fusto. Insomma, una vera catastrofe per tantissime aziende (molte a conduzione familiare) che videro sparire nel giro di pochi anni la principale, se non l’unica, fonte di sostentamento.
A questo proposito, vale la pena ricordare che le reazioni a quella sorta di Covid agricolo furono abbastanza variopinte, per così dire. Soprattutto di fronte alla decisione dell’Unione europea di imporre l’estirpazione delle piante infette. In sostanza, tutti gli studi e le ipotesi di cura si rivelarono ben presto non utili a bloccare la diffusione del batterio (arrivato probabilmente dal Centro America), così da pervenire alla drastica soluzione di sradicare gli ulivi ammalati. Molti artisti pugliesi (Al Bano, Caparezza, i Negramaro, Emma Marrone, i Sud Sound System, i Boomdabash, Ennio Capasa, Alessandra Amoroso) scesero in campo per ergersi a paladini degli uliveti millenari. 
Ebbe spazio anche un’ipotesi di complotto in base alla quale una multinazionale, la Monsanto, attraverso una società che si chiama Alellyx (l’anagramma di Xylella) avrebbe creato in laboratorio questo batterio e con la complicità di alcuni ricercatori locali avrebbe contagiato gli ulivi salentini per farli estirpare e sostituire con altri ogm già pronti in Israele e resistenti alla Xylella. Una tesi accolta anche dalla Procura di Lecce le cui indagini, comunque, non hanno portato a nulla, cosicché il risultato è stato una serie di archiviazioni.

Helen Mirren
Come che sia, oggi si contano 21 milioni di alberi disseccati: un’immensa foresta sparita. Ma la situazione non ammetteva e non ammette tuttora altre soluzioni: gli alberi malati vanno estirpati, purtroppo. Una ecatombe di cui continua a preoccuparsi Helen Mirren, premio Oscar per “The Queen”, che una decina d’anni fa ha fondato l’associazione “Save the olives” e da allora raccoglie fondi per finanziare sperimentazioni scientifiche.
L’attrice inglese, che insieme al marito regista Taylor Hackford (anch’egli premio Oscar) ha una masseria a Tiggiano (in provincia di Lecce), nel 2017 ha creato insieme ad amici e imprenditori locali “Save the olives” per cercare soluzioni che permettano di sostituire gli ulivi estirpati con piante resistenti al batterio. L’associazione si avvale della preziosa collaborazione degli scienziati del Cnr, ma è evidente che servono fondi e quindi, grazie anche alla visibilità di Helen Mirren, organizza eventi per raccogliere risorse a livello internazionale. Ad esempio, solo un paio di mesi fa l’attrice ha raccontato la sua missione di salvare gli ulivi dalla Xylella in un’intervista al Times di Londra.
Con le risorse raccolte, “Save the olives” ha finanziato la costruzione di una “screen house”, una specie di serra isolata da insetti dove il Cnr e l’imprenditore agricolo Giovanni Melcarne sperimentano varietà resistenti alla Xylella. Inoltre, Helen Mirren punta a salvare gli ulivi monumentali della Valle d’Itria (alberi millenari che sono un vero patrimonio storico oltre che paesaggistico) attraverso tecniche di innesto precoce con varietà come il leccino resistenti al batterio.
Infine, ad Ugento (sempre nel Leccese) è stato inaugurato un campo sperimentale – dove la Mirren ha piantato il primo ulivo – di oltre 5 ettari, sotto la responsabilità scientifica della dottoressa Maria Saponari del Cnr, che punta al miglioramento genetico per ottenere piante resistenti attraverso incroci con altre varietà tipiche per produrre anche in futuro olio pugliese di qualità.
La Xylella, oltre che fastidiosa, è soprattutto pericolosa e molto resistente, ma si può combattere. Con metodo, pazienza e applicazione, mettendo in conto qualche battaglia persa, ma con la consapevolezza che alla lunga la guerra si può (e si deve) vincere.
Buona domenica.

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