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Gocce di memoria di un Natale che non può più tornare

di | 2021-12-26T10:49:08+01:00 26-12-2021 6:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

ENNA – Tanti e tanti anni or sono non c’era periodo natalizio che non si andava errando di casa in casa per fare gli auguri e giocare a carte fino a notte fonda. Ci si incontrava al mattino davanti al panificio dove al cornetto si preferiva una bella focaccia al sugo con triplice strato di olio che colava sul mento, sui vestiti e sulle mani e ci si attardava sui gradini dei portoni in attesa che il dormiglione di turno ci raggiungesse. Trascorsa un’oretta, a flotta ci si infilava dentro la cabina telefonica, dopo aver cambiato duecento lire per un gettone, per telefonare al ritardatario, sperando che non rispondesse la nonna sordastra che solo per capire chi fossimo e cosa volessimo ci aveva già fatto consumare tre gettoni e molte più imprecazioni.

E, dato che il telefono era un servizio raro, assente nelle case dei più, non restava che metterci la strada davanti e andare a scampanellare alla porta tirando giù dal letto Lella e sua sorella.  Scarmigliate e ancora dormienti arrivavano giù, mentre la mamma gridava loro di portarsi dietro la pupa che intanto si era svegliata e lei non poteva certo badarci che aveva da fare i buccellati. Man mano che le ore aumentavano, la flotta si rimpinguava di amici e amici degli amici e, disposti in cerchio, si dava inizio alla discussione sulle modalità e il luogo per trascorrere la serata. “Dunque – diceva il capogruppo che per la stazza e il carisma non poteva essere che Gianni – stasera che facciamo?”.

Le ragazze timidamente rispondevano che era meglio mantenersi leggere dato che la sera precedente ognuno aveva trangugiato almeno due piatti di spaghetti all’aglio, olio e peperoncino. I maschi, guardandoci con disprezzo, ci mettevano a tacere subito, asserendo che fare dieta a Natale era un ossimoro.

Per andare incontro ai gusti di tutti si variava: arrusti e mangia il venerdì, pizzata il sabato, pollo allo spiedo la domenica, arancini il lunedì, calzoni il martedì, peperoni arrostiti il mercoledì e così via, fino al giorno di Natale, quando il pranzo si allungava fino all’ora di cena e satolli si optava solo per un cannolo alla ricotta o un pandoro farcito di gelato alla nocciola del bar Mundial.

Dopo la cena, davanti al fuoco scoppiettante del camino, su tavolacci traballanti coperti di cerata, iniziavano le partite a carte o a monopoli, puntando quelle poche monete di cui potevamo disporre. Le ore sembravano avere il passo veloce come di quei giovani che hanno fretta di arrivare alla maggiore età. Quando la digestione, qualche bicchiere di birra e la stanchezza ammorbidivano i muscoli tanto da far socchiudere gli occhi o cercare un angolo libero su un divano per assopirsi un momento, qualcuno munito di tromba da stadio faceva saltare in aria il malcapitato e tra risate e giubilo si concludeva la nottata e, solo quando l’alba faceva il suo capolino e l’Etna sullo sfondo cominciava a tingersi di rosa, si tornava a casa entrando in punta di piedi sperando che i genitori fossero ancora tra le braccia di Morfeo e non facessero il terzo grado. Ammonticchiati i vestiti in un angolo, intrisi di fumo e di odori, ci si infilava nel letto e prima di cedere al sonno si pensava ai baci scambiati con il fidanzato tra un sette e mezzo e una briscola o a qualche litigio per una battuta non gradita.

Così fu per tanti e tanti anni fino al completo dissolvimento: molti sparirono senza lasciare traccia se non in qualche foto sfocata, altri emigrarono, altri si sposarono, mentre per altri ancora invece il reo fato recise anzitempo il filo che li teneva legati a questa terra lasciandoci ancora oggi un dolore intenso di ferita sanguinante.

Di questi anni conservo la memoria, la pienezza degli affetti e gli occhi mi si empiono di lacrime sapendo che è un tempo ormai andato e che nessun Natale può replicare il sapore di quegli anni.

Tania Barcellona

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