//Ancora scavi a Vulci, patria degli etruschi

Ancora scavi a Vulci, patria degli etruschi

di | 2022-09-04T12:42:02+02:00 4-9-2022 7:05|Controluce|0 Commenti

Il parco archeologico di Vulci, 120 ettari di territorio nella Tuscia viterbese tra i comuni di Montalto di Castro e Canino. Costruita sulle rive del fiume Fiora a pochi chilometri dal mar Tirreno alla fine del X a.C., Vulci fu una delle più importanti città-Stato dell’Etruria. Nel corso dei secoli (venne abbandonata dopo l’avvento di Roma nel VI-V sec. d.C.), ebbe un ruolo importante nei commerci con la Grecia e con altre regioni orientali del Mediterraneo. Gli scavi archeologici in modo sistematico nel territorio che oggi costituisce il parco archeologico-naturalistico iniziarono nel XIX secolo e continuano a tutt’oggi con scoperte sensazioni che consentono di riportare alla luce, monumenti, statue, tombe e oggetti di grande importanza.

L’urna cineraria trovata a Vulci pochi giorni fa

I tesori – molti dei quali finiti in maniera illegale nelle mani dei tombaroli – arricchiscono i più prestigiosi musei del mondo, primo tra tutti il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. Solo per restare al recente passato citiamo la tomba del “Bambino guerriero etrusco” scoperta nell’estate 2020. Poi le tre sepolture di un nucleo familiare del IX secolo a.C. con decorazioni stilizzate ancora tutte da decifrare. Nel giugno 2020, nella necropoli di Poggetto Mengarelli, all’interno del Parco, un’altra scoperta sensazionale: la tomba di un bambino appartenente a una famiglia aristocratica di origine etrusca risalente a 2.700 anni fa. Poi la Sfinge trovata nell’agosto 2012 nella necropoli dell’Osteria: testa di donna, corpo di leone, coda di serpente e ali d’aquila, la Sfinge risale al VI sec. a.C.
Ma lo scrigno di Vulci, il parco archeologico più grande dell’Etruria meridionale, non finisce mai di stupire. L’ultima scoperta è del 19 agosto scorso: un’urna cineraria a capanna risalente al IX secolo a.C. Dal primo giorno di luglio, data d’inizio della nuova campagna di scavi a Poggio delle Urne (così è stato denominato il luogo delle recenti scoperte) sono state riportate alla luce ben 88 tombe a pozzetto.

Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci

Il ritrovamento delle urne cinerarie a capanna e delle altre sepolture rinvenute in zona acquista un’importanza particolare in quanto dimostra la continuità dalla civiltà villanoviana (siamo alla fine dell’età del Bronzo quindi parliamo di piccoli villaggi sparsi) a una civiltà etrusca protourbana più organizzata e ricca. Ed è di pochissimi giorni fa la scoperta di un luogo di culto, un tempio, un’opera monumentale la cui realizzazione risale al VI secolo a.C. Si tratta di un tempio monumentale a forma rettangolare con un perimetro che misura 45 metri per 35 individuato per mezzo di prospezioni geofisiche svolte nel 2020 dagli archeologi delle università tedesche di Friburgo e Magonza. È praticamente il gemello di quello già scavato, il cosiddetto Tempio Grande, che sorge a pochi metri, al di là del decumano che li divide.
Vulci continua a regalare tesori e le campagne di scavo non si fermano con archeologi e studiosi che arrivano da ogni parte del mondo. Il direttore scientifico della Fondazione Vulci, Carlo Casi, non ha dubbi. “Cosa cercare ancora a Vulci? Vogliamo capire gli Etruschi dei primi secoli, XI e X a.C. Cerchiamo contesti integri e intatti, non ci servono bei soprammobili da spargere nei musei di mezzo mondo”. E conclude: “Vogliamo dati che ci permettano di mostrare che Vulci è stata la patria della civiltà etrusca”.

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