PERUGIA – Non solo “il Profeta” del 4-3-3 e il “creatore” di numerosi calciatori. Non solamente uno dei tecnici, per non parlare dei risultati ottenuti in altre piazze (come Udine e Pescara), che ha regalato al Perugia la serie A, in una stagione esaltante. Non soltanto un gradevole conversatore. Un viveur ed un amante della venustà femminile. Tutto questo, nel mondo del calcio, risulta abbastanza risaputo. 
Giovanni Galeone (1941-2025) presentava pure un altro volto meno noto, meno conosciuto. Il tecnico, che predicava, un calcio brillante ed aggressivo, sapeva persino di letteratura e di filosofia. Poteva discutere di esistenzialismo francese, discettare sulle analogie (poche) e le diversità (molte) tra Jean Paul Sartre, di cui si riconosceva un cultore sfegatato, ed Albert Camus. A lungo discutemmo della pièce di quest’ultimo, “Le malentendu” (Il malinteso), dopo una intervista durante la quale aveva parlato del perché aveva cambiato il ruolo di Milan Rapajc, da punta centrale in esterno d’attacco, posizione nella quale il croato fece sfracelli e che gli avrebbe fatto meritare altri palcoscenici se all’epoca la Croazia non fosse stata considerata un paese extracomunitario.
Altri pallini di Galeone – sempre fuori del mondo della “pelota” – risultavano essere Bertold Brecht, lo scrittore tedesco, il romanziere Marcel Proust, il poeta francese Jacques Prévert (di quest’ultimo, quando guidava il Pescara, faceva mettere in panchina un libro di poesie), il “nostro” Pier Paolo Pasolini, friulano come lui (pur nato a Napoli). Ed anche questo la dice lunga sulla personalità anticonformista, controcorrente dell’allenatore. Il titolo di studio raggiunto dal “Profeta” era la maturità in ragioneria. Avrebbe dovuto iscriversi ad Economia e Commercio, ma quando si trovò al bivio di Ercole se scegliere la strada dello studio o quella del pallone, affascinato dalla disciplina del football, vi si gettò a corpo morto, lui che aveva giocato da centrocampista. 
Da cosa dipendevano, allora, le sue conoscenze nel campo della letteratura e della filosofia? Era stata la madre Dorina (il padre era ingegnere) ad avviarlo sin da piccino alla lettura. E forse anche il contributo della consorte, Annamaria “Checca” Toneatti, insegnante di letteratura. Così lui aveva coltivato, con profonda passione l’arte del sapere. A Perugia, per rientrare sul terreno calcistico, arrivò a gestire un gruppo di elementi (da Allegri a Pagano, a Camplone ed a Dicara) che aveva già avuto a Pescara ed a farne crescere tanti altri.
Con Luciano Gaucci il rapporto si rivelò complesso. Troppo diversi per carattere e cultura. Una volta un bisticcio esplose per un cane portato negli spogliatoi. Un’altra per i ritiri che rappresentavano una vera e propria mania per Lucianone, che li riteneva la panacea di tutti i mali, dopo una sconfitta. Simpatico invece un siparietto tra i due a Torre Alfina. In una serata che, tra l’altro, venne filmata per Retesole, allora Teleumbria, da Pasquale Punzi. Nel dopo cena il padrone di casa fece ascoltare, portando gli ospiti a visitare la splendida struttura, inquietanti rumori che giungevano da un’ala del castello. Un fantasma? Galeone, che pure la sapeva lunga, ne rimase colpito. O almeno finse di esserlo per non risultare sgradito all’anfitrione. E tutto finì tra bicchieri di buon vino. Già perché l’allenatore apprezzava, da buon friulano, anche alzare i calici. Di Sassicaia, in particolare.
Elio Clero Bertoldi

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