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Fra’ Dolcino, fautore di una Chiesa povera

di | 2026-05-10T01:17:03+02:00 10-5-2026 0:30|Personaggi, Sezione 7|0 Commenti

RIETI – Fra’ Dolcino (Prato Sesia 1250 – Vercelli 1307) è stato un predicatore millenarista, leader del movimento pauperistico degli Apostolici (boni homines), fondatore dei Dolciniani, condannato per eresia. Ha teorizzato la fine della corruzione ecclesiastica, predicato la povertà radicale (“Gesù e gli apostoli non avevano mai posseduto niente”), guidò la rivolta armata in Valsesia prima di essere catturato e giustiziato a Vercelli. La sua fine è stata diversa da quella del suo contemporaneo Pietro Rinalducci (l’Antipapa Niccolò V), che abiurò e chiese perdono a Papa Giovanni XXII. Entrambi avevano in comune il contrasto con la Chiesa di Bonifacio VIII, la vendita delle indulgenze, volevano una Chiesa più povera (quella a cui ha richiamato anche Papa Francesco). Celestino V, prima di opporre “lo gran rifiuto” come scrisse Dante, aveva emanato la Bolla della Perdonanza: il perdono gratuito per tutti. Ancora oggi a L’Aquila nel giorno della ‘Perdonanza’ nel mese di settembre, la Bolla esce in corteo dal Palazzo Comunale: Celestino, lungimirante, non la consegnò al Vaticano, perché Bonifacio VIII l’avrebbe revocata ed è così che è potuta arrivare fino a noi.

Nello stesso secolo il richiamo alla povertà con San Francesco e la fondazione dell’ordine dei frati minori. Il movimento dei ‘dolciniani’ era ispirato all’ideale francescano e di Gioacchino da Fiore, per una Chiesa spirituale e la fine della corruzione. “A scuola non ce ne parlano” recitava Dario Fo, nel suo Mistero Buffo, descrivendolo come uno per niente dolce e debole: “Il suo nome era Davide Tornielli un combattente, un omone, un armadio quadrato con una testa. Il Monte Rubello, vicino Torino, era il Monte dei Ribelli, dove vennero uccisi, Dolcino catturato e torturato” recita Fo.

Alessio Boni interpreta Fra’ Dolcino nel film “Il nome della Rosa”

Nel libro “Il nome della Rosa” (nel film del 1986 è interpretato da Alessio Boni), Umberto Eco lo descrive come un frate eretico la cui predicazione è direttamente collegata a molti dei segreti che l’abbazia nasconde, ispirata alla Sacra di San Michele, sulla cima del Monte Pirchiriano in Val di Susa. Gli esterni del film sono stati ricostruiti a Fiano Romano, gli interni sono stati girati nel monastero di Eberbach in Germania. Dante lo pone nel XXVIII canto dell’Inferno (55-60), all’interno della bolgia dei seminatori di discordia, ne profetizza la morte violenta tramite Maometto, ammonendolo di preparare viveri per non soccombere alla fame sul monte Calvo: “Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,/tu che forse vedrà il sole in breve,/s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,/sì di vivanda, che stretta di neve/non rechi la vittoria al Noarese,/ch’altrimenti acquistar non saria leve”.

Le fonti principali (il domenicano Bernardo Gui e il biografo italiano Anonimo sincrono) sono però di parte avversa. Il luogo di nascita viene convenzionalmente indicato in Prato Sesia, la data è incerta, si suppone che sia nato nell’alto Novarese (il cognome Tornielli è originario di Romagnano Sesia). Sembra fosse figlio illegittimo di un prete, parroco di Prato Sesia, non è sicuro che avesse preso i voti religiosi, forse si autodefìnì semplicemente “fratello” all’interno del movimento, guidato nel 1291 da Gherardo Segarelli (condannato nel 1286 per eresia da Papa Onorio IV e arso sul rogo nel 1300). La cerimonia prevedeva che si mostrassero nudi, come fece San Francesco.

Dolcino espose la sua dottrina in una serie di lettere (ma anche qui la documentazione era di parte avversa) indirizzate agli Apostoli: ispirandosi a Gioacchino da Fiore, riteneva che la storia della Chiesa si dividesse in quattro epoche, che fosse imminente l’avvento dell’ultima, che avrebbe ristabilito l’ordine e la pace dopo le degenerazioni della Chiesa, annunciò la fine dei tempi e una nuova effusione dello Spirito sugli apostoli. La predicazione di Dolcino si svolse nella zona del lago di Garda, soggiornò ad Arco di Trento, conobbe Margherita Boninsegna, che diventò sua compagna affiancandolo nella predicazione, apertamente ostile a Roma e a Bonifacio VIII. Di grande fascino e comunicativa, con lui gli Apostolici crebbero, attirando le ire della Chiesa.

Con il sostegno armato di Matteo Visconti, nel 1304 Dolcino occupò militarmente la Valsesia, territorio dove realizzare la comunità, accolta favorevolmente dai valligiani, gente povera che abbracciò le promesse di riscatto. Si attestò temporaneamente a cima delle Balme, poi a Parete Calva. Nel 1306 i seguaci, chiamati gazzari (catari, movimento ereticale diffuso in Francia meridionale e nell’Italia settentrionale) abbandonati da Visconti, si concentrarono sul Monte Rubello nell’attesa che si realizzassero le profezie (scavi archeologici hanno trovato resti di fortificazioni). Contro di loro fu bandita una sanguinosa crociata, proclamata da Raniero degli Avogadro vescovo di Vercelli, che coinvolse anche milizie del Novarese e balestrieri genovesi, con il beneplacito di papa Clemente V nel 1306.

Stremati dal lungo inverno sul Monte Rubello, furono uccisi tutti subito, tranne Dolcino, il luogotenente Longino da Bergamo e Margherita. L’Anonimo Fiorentino (uno dei primi commentatori della Divina Commedia) riferisce che rifiutò di pentirsi, proclamando che sarebbe resuscitato il terzo giorno, che Margherita fu giustiziata dopo di lui, un cronista invece riferì che, costretto ad assistere al supplizio “darà continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero”. Secondo Benvenuto da Imola (commentatore dantesco), fu condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, torturato a più riprese con tenaglie arroventate, gli furono strappati il naso e il pene, poi arso pubblicamente di fronte alla Basilica di Sant’Andrea. Quest’ultima versione è quella ripresa da Dario Fo.

Francesca Sammarco

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