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Fomo, la crescente paura di perderci sempre qualcosa

di | 2026-04-05T01:21:10+02:00 5-4-2026 0:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

MILANO – È domenica sera. Non è successo niente di che e, forse, è proprio questo il problema. Sei a casa, stai bene — o dovresti stare bene — ma il telefono è lì, e le storie degli altri scorrono: qualcuno è a cena fuori, qualcuno è a un concerto, qualcuno ride con persone che conosci appena e sembra farlo con una naturalezza che ti infastidisce senza che tu sappia bene perché. Non è invidia, esattamente. Non è nemmeno tristezza. È quella sensazione vaga e insistente di essere nel posto sbagliato anche quando sei esattamente dove hai scelto di stare. Quella sensazione che da qualche altra parte stia succedendo qualcosa, e che tu non ci sei. Questa roba ha un nome: Fomo (acronimo di Fear of missing out, cioè paura di perdersi qualcosa) che è entrato nel dizionario Oxford nel 2013 e da allora è diventato uno di quei termini che tutti usano e pochi analizzano davvero.

Perché la Fomo non è un capriccio della generazione degli smartphone né un effetto collaterale banale dei social: è una finestra su qualcosa di più profondo, che riguarda il modo in cui viviamo il tempo, le scelte, e il confronto continuo con le vite degli altri. Il punto è che la paura di perdere qualcosa non l’abbiamo inventata noi. Pascal, filosofo del Seicento, scriveva che tutti i mali dell’uomo derivano dall’incapacità di stare seduto in silenzio in una stanza — e in quella frase c’è già il nucleo di quello che oggi chiamiamo Fomo: la difficoltà di stare nel presente senza proiettarsi altrove, senza confrontarlo con quello che avrebbe potuto essere. Quello che i social network hanno fatto non è inventare questa paura: hanno costruito un’infrastruttura permanente per alimentarla. Prima potevi almeno immaginare che gli altri stessero a casa come te. Ora sai esattamente dove sono, con chi, e quanto si stanno divertendo (aggiornato in tempo reale e con filtro Valencia).

Il meccanismo psicologico che sta sotto è più interessante di quanto sembri. Gli psicologi lo chiamano counterfactual thinking: la tendenza del cervello a costruire versioni alternative della realtà e confrontarle con quella presente, quasi sempre a svantaggio di quest’ultima. Non è una distorsione patologica — è un meccanismo normale, che diventa problematico quando viene attivato in modo continuo. Ogni volta che apri un’app, il cervello riceve un promemoria di tutto quello che non stai facendo, amplificato dal fatto che le persone postano i momenti migliori, non i martedì sera sul divano. Il risultato è una percezione distorta della vita altrui, che sembra sempre più piena, più interessante, più vissuta della tua.

C’è poi il paradosso della scelta, che il ricercatore Barry Schwartz ha studiato con risultati abbastanza scomodi: più opzioni hai a disposizione, meno sei soddisfatto di quella che scegli. Quando le alternative sono poche, scegli e vai avanti. Quando sono infinite — e nell’economia dell’esperienza di oggi le alternative sono sempre, tendenzialmente, infinite — qualunque scelta sembra insufficiente, perché puoi sempre confrontarla con tutto quello che avresti potuto fare invece.

La Fomo funziona esattamente così: non è debolezza di carattere, è una risposta prevedibile a un ambiente che ti mostra continuamente quello che stai perdendo e quasi mai quello che stai guadagnando restando dove sei. Ma la dimensione più profonda della Fomo non riguarda le esperienze — riguarda l’appartenenza. La paura che c’è sotto non è la paura di perdere una festa: è la paura di essere esclusi, di non contare, di essere dimenticati nel momento in cui smetti di essere visibile. È una paura sociale primaria, radicata nel fatto che per centinaia di migliaia di anni siamo sopravvissuti solo grazie al gruppo, e che l’esclusione significava letteralmente la morte.

I social network hanno riattivato questa paura in una forma nuova e particolarmente insidiosa: l’esclusione oggi si manifesta come assenza dalle storie altrui, come mancato invito a una cena, come notifica che non arriva. La proporzione tra causa ed effetto è completamente fuori scala; l’intensità della reazione emotiva, no. Tutto questo dice qualcosa di preciso sulla cultura in cui viviamo. Negli ultimi anni l’esperienza è diventata una forma di valuta sociale: non basta viverla, bisogna anche mostrarla, e il suo valore dipende in parte da quanto la rendono visibile. In questo contesto, scegliere di non andare, stare a casa, non postare — sono atti che richiedono una giustificazione che prima non richiedevano. Il riposo è diventato sospetto. La solitudine va spiegata. Chi non appare rischia di sembrare, agli occhi degli altri e ai propri, come se non stesse davvero vivendo. È un meccanismo sottile ma potente, e chiunque lavori nella comunicazione lo riconosce benissimo: è lo stesso principio che regola il contenuto organico dei brand. La presenza costante non è un’opzione: è l’aria.

In risposta a questa pressione è arrivata la Jomo (Joy of Missing Out), cioè la gioia deliberata di non esserci. Spegnere il telefono, sparire dal feed, rivendicare il diritto alla propria assenza. È una risposta comprensibile, e a volte genuinamente liberatoria. Ma ha una contraddizione che vale la pena notare: la Jomo rischia di diventare, a sua volta, un’estetica. Chi esibisce l’assenza — chi posta la foto del telefono spento sul comodino, chi si vanta di non avere profili social — non ha necessariamente risolto il problema: lo ha specchiato. È ancora una posizione definita per reazione agli altri, ancora misurata sul metro della visibilità. La vera libertà dalla Fomo non è un’altra performance: è qualcosa di più discreto e di più difficile.

Dan Ariely, uno dei ricercatori che ha studiato di più i meccanismi decisionali umani, ha mostrato che il dolore di perdere qualcosa è psicologicamente circa due volte più intenso del piacere di guadagnare qualcosa di equivalente. Siamo programmati per sentire le perdite più delle acquisizion; e la Fomo sfrutta esattamente questa asimmetria. Ogni momento non vissuto, ogni evento a cui non sei presente viene codificato dal cervello come perdita, non come semplice assenza. Il risultato è una contabilità emotiva sempre in rosso: non importa quante cose fai, la lista di quello che non hai fatto è sempre più lunga. Non perché fai poco, ma perché il sistema di misurazione è orientato strutturalmente verso il deficit. In fondo a tutto questo c’è una verità semplice che è difficile accettare: siamo finiti. Non nel senso filosofico astratto, ma nel senso letterale, fisico. Hai una sola vita, un solo corpo, un numero limitato di serate e di energie. Non puoi essere ovunque, non puoi vivere tutto. Ogni scelta esclude tutte le altre, e questo non è un fallimento: è la condizione stessa dell’esistenza.

Le persone che sembrano aver risolto questa cosa — e non sono molte, ma esistono — non hanno smesso di desiderare. Hanno imparato a distinguere tra quello che vale davvero il loro tempo e quello che stanno solo guardando fare agli altri. Domenica sera, il telefono è lì. La domanda che la Fomo non riesce a fare, e che invece vale la pena porsi, non è come fare di più o come essere ovunque: è cosa staresti facendo, come staresti stando, chi staresti diventando, se per un momento smettessi di guardare cosa fanno gli altri. Non come esercizio spirituale, non come disciplina digitale, ma come semplice atto di attenzione verso la tua vita, che è l’unica che hai, e che si consuma esattamente nel tempo in cui la stai confrontando con quelle degli altri.

Ivana Tuzi

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