RIETI – Nei tre giorni di programmazione (dall’8 al 10 maggio), il Festival dei popoli italici ha riempito la Sala polivalente del Museo archeologico di Rieti, sold out delle serate d’autore al teatro Flavio Vespasiano con Dario Fabbri (Popoli e imperi dal mondo antico all’età contemporanea) e Stefano Mancuso (La tribù degli alberi). Tavoli didattici, a cura della Legio XXX Ulpia Vic, associazione di archeologia sperimentale, che ha riprodotto oggetti di vita, studiando la lavorazione dei metalli, fiera del libro, recite e musica con il teatro “Dieghesis” e il racconto di Romolo. Fino al 6 gennaio la mostra di armature, elmi, scudi e corazze dalla collezione Silvano Mattesini.

Federico Fioravanti (a sinistra) con Filippo Coarelli
L’obiettivo è stato dunque raggiunto, la città ha risposto con entusiasmo con pubblico venuto anche da altre regioni e si pensa già alla prossima edizione. Inserito nella programmazione “L’aquila 2026 città della cultura”, incentrato sul Ver Sacrum e i popoli italici che abitavano l’Appennino, prima ancora di Roma, il festival è stato finanziato dal comune di Rieti con il Piano Nazionale Complementare –Nex Appennino, Fondazione Varrone, sponsor, realizzato dall’impresa culturale e creativa Florabant. Partner operativi la rivista di divulgazione storica Archeo, la società di servizi culturali ArcheoAres, Umbria Antica Festival. Ideatore e direttore il giornalista Federico Fioravanti, con la sua pluriennale esperienza di ‘padre’ del Festival del Medioevo di Gubbio e Umbria Antica Festival a Todi: “Mancava un festival sui popoli italici ed era giusto farlo a Rieti, che ha una storia antica”.
Interventi di grande spessore con docenti, storici, glottologi, archeologi, che hanno illustrato sotto diversi punti di vista la vita, gli usi, gli spostamenti delle popolazioni italiche, la trasformazione della lingua. Le registrazioni integrali saranno pubblicate su you tube e sul sito festivalpopolitalici.it. Il primo intervento è stato dell’archeologo Filippo Coarelli (90 anni) che ha citato Pasolini: “L’Italia è un paese con la memoria corta, la storia equivale al tempo, chi non se ne interessa merita di riviverla”. Coarelli nel 1958 ha effettuato scavi archeologici a Monteleone Sabino, scoprendo Trebula Mutuesca.
I testi sulla Sabina antica sono pochi: Dionigi da Alicarnasso riprende testi di Catone e Varrone, altre fonti sono Livio, Ovidio, Plinio, Orazio, i Saturnales di Macrobio nel V secolo d.C.: “Bisogna continuare a scavare, i reperti, le epigrafi, i resti di domus e ville ci raccontano gli spostamenti, le abitudini, la religiosità dei popoli antichi. Molto c’è da scoprire a Cotilia, intorno alla villa di Vespasiano (nato a Falacrina oggi Cittareale) e alla vicina villa del figlio Tito”. A Cotilia come in molte località di Lazio e Abruzzo sono stati ritrovati resti di santuari dedicati alla dea Vacuna (era Minerva, Diana, Vittoria, Cerere, dea del Velino e del fuoco?). 
L’ultimo intervento è stato di Andrea Carandini che con Nicolò Squartini sta scrivendo un libro su Vespasiano “Tra Cotilia e Gerusalemme”. Si sono alternati Adriano La Regina che ha palato dei Sanniti, Roberto Marinelli, con “L’atlantide Sabina” a Cotilia e al lago di Paterno, Carlo Virili con gli insediamenti nella piana reatina e le acque del Velino che a seconda del clima rilasciavano più o meno calcare, chiudendo o riaprendo il defluire delle acque verso Marmore, resti di insediamenti ora al di sopra, ora al di sotto dell’acqua “anche questo è un sito su cui insistere”.
Le tavole Eugubine con il glottologo Augusto Ancillotti, il sito http://www.arcait.it,per ricerche bibliografiche dei popoli e comunità dell’Italia antica e della Sicilia, con 9 mila titoli. Marsi, Volsci, Ernici, Equi, Umbri, Etruschi, Pelasgi, Frentani, Safini (che identificavano Sanniti e Sabini) e tanti altri popoli pastorali transumanti, che si spostavano alla ricerca di nuovi pascoli. Quando la comunità era troppo cresciuta, o in seguito a carestie, consacravano agli Dei parte del raccolto, sacrificavano animali e i nati nel marzo dell’anno successivo.

Fioravanti con Letizia Rosati, assessore alla cultura del Comune di Rieti
Una volta grandi, la cerimonia del Ver Sacrum: i giovani venivano consacrati a Marte con l’olio, armati di spada e scudi corazza, partivano con le mogli, guidati da un toro (simbolo totemico che ricorre frequentemente anche nei riti odierni, come il toro ossequioso a Bacugno vicino Amatrice). Era un esodo forzato, i padri allontanavano i figli per sopravvivere e si giustificavano con il rito sacro. Comio Castronio è un leggendario condottiero sabino, si dice che guidò una migrazione di 7 mila giovani guerrieri da Cotilia verso il Sud, fondando la città di Bojano ed è considerato il fondatore della nazione sannitica, che entrò in contrasto con Roma. Altri partivano alla cieca, altri preceduti da un gruppo che andava in avanscoperta, sempre alla ricerca di acqua e pascoli, anche fino al mare, qualcuno arrivò a Messina, scontrandosi con i Greci.

Adriano La Regina
E’ in via di definizione il “Cammino dei padri” da Cotilia fino a Pietrabbondante (Isernia), passando presumibilmente per Rascino, Cartore, Parco Nazionale d’Abruzzo, Alba Fucens, Maiella, ricostruito con mappe militari e riprese dall’alto. Sarà annunciato, forse tra un anno, con tour operator preparati. “Dopo aver sottomesso i Sanniti, Roma apre alla cittadinanza, assorbe le altre culture, laicizza la religione, privilegia il concetto di umano, distinguendo tra concittadino (civites) e cittadino (polis), la società si basava sulla fides: il rispetto delle regole. La legge non impedisce la colpa, ma la stabilisce. C’erano due modi di andare contro le regole: la violenza o l’inganno” (Giovanni Brizzi).

Federico Fioravanti e Giovanni Brizzi
Ma quand’è che, dopo tanto peregrinare, combattere, mescolarsi, possiamo parlare di etnia? Lo ha chiarito l’etruscologo Valentino Nizzo: “Il più grande fraintendimento etnico è dire che ‘questo è mio’. E’ il sapere dell’uomo, non la materia, che è capace di ricostruire il tempio” e citando Antony D. Smith nel 1939 su Ethnos e Cultura, è necessario “un nome collettivo, un mito delle origini comune, una storia condivisa, una cultura distinta condivisa, l’associazione a un territorio comune e un senso di solidarietà reciproca”.
Francesca Sammarco

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