/, Storie/Tra l’Everest e l’uomo rapporto complicato

Tra l’Everest e l’uomo rapporto complicato

di | 2026-01-20T09:52:39+01:00 18-1-2026 0:10|Sezione 3, Storie|0 Commenti

RIETI – “Green Boots” (Stivali Verdi) è disteso in una piccola cavità rocciosa, gambe piegate, stivali verdi che spuntano come fari macabri; poi ci sono “Sleeping Beauty” (Bella Addormentata) e Hannelore Schmatz “The German Woman”. Lei si trova in un’area denominata “Rainbow Valley” (Valle Arcobaleno), sotto la cima dell’Everest, per il colore degli abiti, ma non c’è nulla di allegro: qui ci sono solo cadaveri, rimasti nella posizione in cui li ha colti la morte.

“Green Boots” è il più famoso, per anni gli alpinisti ci sono passati accanto, qualcuno si è fermato, altri hanno distolto lo sguardo, tutti sono ormai punti di riferimento durante le scalate. Sull’Everest la morte è parte della via, per questo è chiamato il “cimitero tra le nuvole” (si stimano oltre 300 morti dal 1922 e 200 corpi rimasti in quota). Sopra gli 8000 metri la sopravvivenza è difficilissima e per questo recuperare i corpi non solo è impossibile, ma anche molto costoso. Ci sono corpi che emergono con il disgelo, altri riappaiono spinti dalle valanghe, altri sono in fondo ai crepacci e ci resteranno in eterno.

La società tradizionale Sherpa, guide alpine, era fondata su una vita sostenibile in alta quota, su modelli di migrazione stagionale e su un rapporto equilibrato con l’ambiente montano, ma negli ultimi decenni il moderno turismo dell’arrampicata ha stravolto molti di questi modelli tradizionali, trasformando la cultura Sherpa: l’Everest e le altre grandi catene montuose (Annapurna, K2, Nanga Parbat) stanno diventando sempre di più una discarica a cielo aperto per il materiale lasciato, i bisogni fisiologici. Con i suoi 8.848,86 metri, l’Everest, al confine tra il Nepal e la Cina (Tibet), all’interno della catena montuosa dell’Himalaya, è la montagna più alta del mondo. Il versante nord appartiene alla Cina e quello sud al Nepal.

Per le popolazioni è sacro: in Tibet lo chiamano Chomolungma (la Dea Madre del mondo), in Nepal Sagarmatha. Per qualcuno è un lavoro, per il Paese un’economia, per altri un business: la scalata costa dai 40 ai 100mila dollari a seconda del tipo di sevizio, che include permesso (aumentato lo scorso anno di 15 mila dollari), guide Sherpa, attrezzatura specifica, assicurazione, logistica (ossigeno, cibo), voli e soggiorno in Nepal, per due mesi.

Le compagnie di spedizione applicano prezzi elevati, mentre gli Sherpa si assumono la maggior parte del rischio: fissano le corde, trasportano i carichi, soccorrono i clienti quando le cose vanno male. Uno Sherpa d’alta quota guadagna tra 2.700 e 5.500 euro a spedizione, uno d’élite (con esperienze multiple in vetta) fino a 9mila euro, oltre a eventuali bonus, ma è poco rispetto al costo totale e al rischio che corrono. Toccare il tetto del mondo ha un prezzo in denaro e un prezzo ancora più costoso che è la vita. Reinhold Messner è stato il primo a scalare l’Everest senza ossigeno. La resistenza fisica degli Sherpa (sono un gruppo etnico, il popolo Sharwa, che migrò dal Tibet alla regione del Khumbu, in Nepal, oltre 500 anni fa) è il risultato di generazioni di adattamento, saggezza, segreti, di bambini cresciuti giocando a calcio a 4.200 metri, sviluppando un sistema cardiovascolare che permetterà di trasportare in cima carichi di 45 kg.

Molti trovano la nostra cultura alpinistica sconcertante, perché la cultura sherpa tradizionale considera le montagne esseri sacri che meritano rispetto, non conquista, non approvano i turisti che festeggiano il raggiungimento delle vette, ignorandone il significato spirituale. Diversa la valutazione del rischio: gli Sherpa non si concentrano sull’attrezzatura tecnica e le finestre metereologiche, ma interpretano le montagne attraverso una conoscenza tramandata di generazione in generazione attraverso racconti, osservazioni e una comprensione intuitiva degli ambienti d’alta quota. Il loro sangue contiene fino a 301 TP3T in più di globuli rossi rispetto a quelli delle pianure, i cuori sono ingranditi per pompare più sangue, la capacità polmonare supera i normali limiti umani e il corpo elabora l’ossigeno con un’efficienza a noi sconosciuta.

Poi c’è l’atteggiamento mentale: i bambini Sherpa crescono considerando l’altitudine estrema come una cosa normale, non minacciosa. L’industria dell’arrampicata ha portato ricchezza alla regione del Khumbu, finanziando scuole, ospedali, strade, ma ha creato una dipendenza economica da un settore pericoloso e stagionale, che sta diventando sempre meno sostenibile. Molti ignorano questo aspetto e non sanno (o non prendono nella giusta considerazione) che le loro guide eseguono rituali protettivi e fanno offerte prima di scalate pericolose: sono pratiche spirituali essenziali. La cerimonia puja eseguita prima della scalata dell’Everest è una vera e propria preparazione spirituale in cui gli Sherpa chiedono il permesso alla dea della montagna e ne invocano la protezione.

Il modo in cui le nuvole si formano attorno a certe vette, il suono del ghiaccio che si muove sui ghiacciai, la percezione dei venti nelle diverse ore del giorno diventa una seconda natura per chi ha vissuto tutta la vita in alta montagna. I giovani stanno abbandonando le occupazioni tradizionali come l’agricoltura o il commercio, preferendo fare le guide, creando fratture generazionali e sociali, trascorrendo mesi lontani dalle famiglie e l’alto rischio di mortalità ha lasciato molte vedove e orfani. Alcune agenzie trattano gli Sherpa come risorse sacrificabili anziché come professionisti qualificati, con coperture assicurative inadeguate.

Clienti che ignorano le istruzioni di sicurezza, trattano le guide come servi e dimostrano ignoranza riguardo all’ambiente montano, mettono in pericolo anche gli stessi Sherpa, la cui cultura enfatizza comunque cortesia e ospitalità: la maggior parte dei turisti non percepisce il loro vero pensiero. L’Everest non è un parco a tema, alcuni imprenditori Sherpa stanno trovando il modo di preservare le tradizioni culturali adattandosi alle esigenze del turismo moderno, sviluppando programmi di turismo culturale, attività artigianali tradizionali e iniziative educative.

La vera strada da seguire in ogni occasione è sempre il rispetto e il riconoscimento, per gli uomini e la natura.

Francesca Sammarco

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi