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Enheduanna, la prima poetessa della storia

di | 2026-03-19T20:39:06+01:00 22-3-2026 0:30|Personaggi, Sezione 7|0 Commenti

MILANO – Esplorare il mondo della poesia e risalire ad una donna che abitava le terre di Mesopotamia. Il suo nome in sumero è Enheduanna (“En”, alta sacerdotessa; “hedu”, ornamento/brillantezza, “Anna”, del cielo, riferito al dio Anu o a Inanna) e quindi: “alta sacerdotessa, ornamento del cielo”. Enheduanna è colei che viene riconosciuta come principessa e poetessa, la prima attestata nella storia dell’umanità, vissuta in Mesopotamia nel XXIII secolo a.C., tra il 2285 e il 2250 a.C., figlia del re Sargon, che la nomina sacerdotessa del tempio della dea Iananna, dea dell’amore, della fertilità e della guerra, nella città di Ur.

La sua opera più famosa scritta in sumerico, si intitola Nin-me-šar-ra (Signora di tutti i “Me”). Enheduanna compose 42 inni per i templi e tre poemi di fondamentale importanza nella storia letteraria della Mesopotamia. Le sue poesie sono state trascritte e copiate centinaia di anni dopo la sua morte, sono 153 righe scritte su frammenti di tavolette cuneiformi. Lo stile è insolito perché è stata la prima a dare del tu alle divinità, dialogando con loro. Ecco le sue parole, nel poema “L’esaltazione di Inanna”: “Ho dato vita, o amata Dea, a questa canzone per te. Quanto ho recitato per te a mezzanotte il cantore lo può ripetere a mezzogiorno”. Appare altrettanto singolare, la sua firma in calce: “Chi ha scritto questa tavoletta è Enheduanna. O mia Signora, quanto è stato qui creato non è mai stato creato prima”.

Enheduanna è destinata a Ur, la seconda città per dimensioni di Sumer (dopo Uruk) e probabilmente di tutta la Mesopotamia. Si rivela una scelta perfetta. La giovane è una figura eccezionale, al pari del padre. Orgogliosa, enormemente colta, sorprendentemente originale nel pensiero e nell’espressione, Enheduanna partecipa attivamente alla costruzione del nuovo ordine sociale creato dal padre, volto a trasformare in uno Stato coeso le rissose città-stato che per ottocento anni avevano prosperato indipendenti. Ella sfrutta le sue notevoli doti di scrittrice e poetessa per comporre inni dedicati alle principali divinità del pantheon sumero. Alla base della società mesopotamica c’era infatti la profonda convinzione religiosa che ogni città fosse stata donata ai suoi abitanti da una specifica divinità, che ne era allo stesso tempo protettore e padrone. L’intento di Enheduanna è chiaro: sottolineare i legami esistenti tra le divinità e quindi rafforzare la coesione del nuovo impero, fornendo al padre i presupposti religiosi a giustificazione del suo operato.

Sicuramente inattesa è invece la sua riuscita come scrittrice capace di dare alla letteratura del tempo alcuni dei suoi più raffinati capolavori. Ecco come continua la descrizione della dea Inanna nella sua duplice veste di signora dell’amore e della guerra: “Io. Io sono Enheduanna Gran Sacerdotessa di Nanna con un cuore solo Io sono devota a Nanna Io ti supplico dico BASTA al cuore amaro che odia e al dolore mia Signora qual è il giorno in cui avrai pietà per quanto tempo piangerò una preghiera dolente Io sono tua perché mi uccidi? Possa il tuo cuore essere calmo nei miei confronti Io piango Io supplico siano premurosi i tuoi pensieri possa io stare di fronte a te possano i tuoi occhi splendere su di me”.

A scoprire questa affascinante figura è l’archeologo britannico Sir Leonard Woolley, attraverso un disco votivo che la raffigura, tracce che furono portate alla luce durante gli scavi nella necropoli reale della città sumera di Ur tra il 1927 e il 1928. La scoperta fece dedurre che Enheduanna è stata una donna privilegiata, ma non si tratta di un caso isolato, infatti, era frequente trovare donne nelle posizioni apicali della società mesopotamica. I Codici delle leggi – dal più famoso, quello di Hammurabi (1750 a.C. circa) a quelli più antichi come il codice di Ur-Nammu (2100 a.C.) e di Lipit-Ishtar (1870 a.C.) – rimandano ad una rappresentazione della donna tipica delle culture maschiliste: è figlia, sposa, moglie e vedova da proteggere affinché fosse messa in grado di perseguire l’unico obiettivo: quello di procreare e di badare alla famiglia. I documenti evidenziano una realtà sociale molto più complessa.

Sono stati rinvenuti molti sigilli cilindrici risalenti al IV e III millennio a.C., quindi precedenti ai Codici sopra menzionati, rappresentanti scene con al centro una figura femminile intenta a diverse attività. Questi sigilli avevano il compito di rappresentare l’identità del proprietario, anche davanti alla legge. Ciò spinge a dire che, oltre al caso di donne di stirpe regale nei ruoli di gran sacerdotessa (dopo Enheduanna nella città di Ur diventa una prassi, specie durante il periodo di Ur III, il cosiddetto “rinascimento sumero”), nell’antica Mesopotamia non era inconsueto trovare importanti attività mercantili e commerciali a guida femminile, e che le donne potevano aspirare a ruoli di prestigio nei templi. In altri reperti, rappresentanti scene di banchetti e feste, si nota come le figure femminili sono raffigurate con la medesima importanza di quelle maschili.

Sono esempi di donne con un ruolo socialmente rilevante e accettato dalla comunità, autonome nel loro agire e in taluni casi in grado di raggiungere i massimi livelli nella scala del potere. Enheduanna, in un nome che evoca dolcezza e mistero, un’impronta di forza e determinazione dettata nella raffinatezza della poesia, che rafforza l’importanza della figura femminile nell’antichità.

 Claudia Gaetani

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