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Empatia, ma dove sei andata a finire?

di | 2025-08-08T13:25:15+02:00 10-8-2025 0:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

VITERBO – C’è stato un tempo in cui bastava uno sguardo per capire, o almeno per tentare. Oggi, invece, ci si scruta a distanza, filtrati da schermi, notifiche e avatar. L’empatia – quella capacità preziosa e sottile di riconoscere nell’altro un frammento di sé – sembra arrancare sotto il peso della velocità, del rumore e della distrazione costante. Ma è davvero scomparsa? Oppure si è solo trasformata, nascosta in luoghi meno visibili, più fragili? In un mondo sempre più connesso, l’esperienza dell’altro rischia di diventare un’ombra.

I social, che promettevano vicinanza, spesso amplificano la polarizzazione: il dolore altrui è spettacolarizzato o ignorato, la sofferenza diventa un contenuto, e l’ascolto profondo si arrende alla logica dello scroll. L’empatia, però, non è una dote innata e immutabile. È una competenza relazionale, allenabile, che richiede tempo, presenza, attenzione. Tutto ciò che oggi sembra mancare. Viviamo in un’epoca in cui l’urgenza domina sulla riflessione, in cui si è portati a reagire prima di comprendere, a commentare prima di sentire. L’altro diventa un’opinione da smentire, un bersaglio da correggere, raramente un essere umano da accogliere.

A preoccupare è soprattutto il dato generazionale. Secondo diverse ricerche internazionali, i giovani mostrano una soglia empatica inferiore rispetto ai coetanei di vent’anni fa. Colpa (anche) dell’iperstimolazione digitale e di una crescente difficoltà a reggere il confronto con l’emotività reale. Si preferisce l’interazione controllata, quella dove si può spegnere la videocamera, togliere l’audio, cancellare il messaggio. Eppure, qualcosa resiste. Lo si vede nei movimenti civici, nei gesti quotidiani di solidarietà, nei gruppi di mutuo aiuto nati durante la pandemia. Lo si intuisce quando, in mezzo al cinismo diffuso, una parola gentile sorprende più di un insulto.

L’empatia non è scomparsa: è solo diventata più rara, più selettiva, forse più stanca.

Il vero nodo, oggi, non è la sua assenza, ma la sua disconnessione. L’empatia c’è, ma non circola. Resta confinata in cerchie ristrette, esce a fatica dai confini del familiare o dell’identico. Difficile, in queste condizioni, costruire una società coesa, capace di riconoscere il valore delle differenze e di prendersi cura del dolore degli altri.

Riscoprire l’empatia significa tornare a fare spazio: spazio per ascoltare, per sospendere il giudizio, per abitare le parole dell’altro senza colonizzarle con le proprie. Significa anche accettare il disagio del confronto, l’imprevedibilità dell’incontro. È un esercizio faticoso, ma necessario, perché senza empatia non si costruiscono relazioni, e senza relazioni nessuna società può davvero reggere.

Alessia Latini

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