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Edgar Morin, 100 anni di “umanità gioiosa”

di | 2021-07-09T11:18:47+02:00 11-7-2021 6:30|Cultura, Personaggi, Sezione 7|0 Commenti

PALERMO – “Mantenere in sé la curiosità dell’infanzia, le aspirazioni dell’adolescenza, le responsabilità dell’adulto, e nell’invecchiare cercare di trarre l’esperienza delle età precedenti. E saperci stupire e interrogare su ciò che sembra normale ed evidente, per disintossicare la nostra mente e sviluppare uno spirito critico”. Nell’intervista a Mauro Ceruti, sul Corriere della Sera, ecco la ricetta per invecchiare bene del filosofo e sociologo Edgar Morin, 100 anni compiuti l’8 luglio.

“L’umanista gioioso”, chiamato così per il perenne luminoso sorriso, non ha bisogno di molte presentazioni. Ma forse non tutti sanno che Morin, appartenente a una famiglia ebrea originaria di Livorno e nato a Parigi l’8 luglio 1921, si chiama in realtà Edgar Nahoum. Al suo vero cognome preferì poi il nome di battaglia “Morin”, scelto per partecipare alla Resistenza francese contro gli invasori tedeschi.

Non è facile sintetizzare i suoi tanti importanti contribuiti teorici, che spaziano dall’antropologia sociale all’etnologia, dal cinema alla teoria dell’informazione, dalla sociologia alla filosofia. Sicuramente occupa un posto centrale nelle sue riflessioni il ‘pensiero della complessità’: l’urgenza di una riforma radicale del modo di pensare, oggi incapace di superare la separazione tra cultura umanistica, cultura scientifica, analisi sociologiche e saperi della tecnologia. Tale rigida divisione impedisce la percezione globale e unitaria dei problemi, rallenta la formazione di una solidarietà planetaria e non accresce il senso di responsabilità dei cittadini e dei gruppi sociali.

Il sociologo denuncia poi il pericolo dell’accumulo di saperi senza direzione e senza scopo, citando la frase di Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”, intendendo per “testa piena” quella che immagazzina saperi e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione; mentre la “testa ben fatta”, è quella capace di collegare i problemi e porre principi di organizzazione  e di senso.

In un suo libro del 2000 – I sette saperi necessari all’educazione del futuro – Morin espone la sua profetica proposta formativa, proponendo sette principi basilari per riorganizzare la conoscenza in tutti gli ambiti culturali e sociali:

1) consapevolezza delle “cecità della conoscenza”: la riflessione spietata sui meccanismi conoscitivi, le sue criticità e le sue propensioni all’errore e all’illusione;

2) promozione di una conoscenza “pertinente”, capace di cogliere i problemi globali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali.  La conoscenza ‘pertinente’ deve sviluppare l’attitudine della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme;

3) insegnare la condizione umana: l’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è spesso completamente disintegrata nel suo essere insegnata, in modo talvolta settoriale e dispersivo, attraverso le varie discipline;

4) insegnare l’identità terrestre: il destino ormai planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento: la globalizzazione della conoscenza e il riconoscimento dell’identità terrestre deve diventare uno dei principali oggetti dell’insegnamento;

5) affrontare le incertezze: la scienza ha fatto acquisire molte certezze, ma nel corso del XX secolo ci ha anche rivelato innumerevoli dubbi. Bisogna allora imparare a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza, come ci suggeriscono le parole del greco Euripide: “L’atteso non si compie, all’inatteso un dio apre la via”, cercando di acquisire metodi e strategie in grado di affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto;

6) insegnare la comprensione, fine della comunicazione umana; invece oggi l’educazione alla comprensione, alla comunicazione e al dialogo è assente dai nostri insegnamenti. In particolare, la reciproca comprensione tra individui, prossimi o lontani, è vitale perché le relazioni umane escano dal loro barbaro stato di incomprensione, e si costruiscano solide basi per una convivenza di pace;

7) costruire una “antropo-etica”, cioè un’etica del genere umano, capace di riconoscere il carattere ternario della condizione umana, che consiste nell’essere contemporaneamente individui, parte di una specie e della società. Quest’etica dovrebbe contribuire a una presa di coscienza della comune Terra-Patria e realizzare una cittadinanza terrestre universale.

Per il suo centesimo compleanno, Edgar Morin ha ricevuto gli auguri sentiti e commossi da personalità di tutto il mondo; tra essi quelli di papa Francesco che, nell’incontro avuto con Morin il 27 giugno del 2019, ha sottolineato l’intensa opera svolta dal filosofo per la “cooperazione tra popoli”,  per la “costruzione di una società più giusta e più umana”, per il “rinnovamento della democrazia”.

Nella già citata intervista a Mauro Ceruti, Morin ribadisce che i suoi cento anni di vita gli hanno insegnato “a non credere nella perennità del presente, nella prevedibilità del futuro. Dobbiamo attenderci l’inatteso, anche se non possiamo prevederlo”. E confessa un suo sogno, “quello di poter fare il prossimo autunno un soggiorno in Italia, nelle nostre oasi di fraternità, con i nostri amici, e tornare in Toscana, a Torino, Roma, Napoli, Ravello, Messina…”.

Infine, ricorda commosso che “se c’è una verità nella mia vita, è la verità della poesia. Non solo quella dei poeti, ma quella della vita, che ci dilata e ci incanta. E la poesia suprema è quella dell’amore. E c’è anche la poesia della storia, che si rivela in momenti di libertà, di fraternità, di creatività. Ah, quel 26 agosto 1944, la liberazione di Parigi, tutte quelle campane delle chiese che si misero a suonare… E quel violoncello di Rostropovich, che il 9 novembre 1989 suonò Bach ai piedi del Muro pacificato…”.

Un grazie infinito allora a quest’uomo straordinario che, già nel 1994, nel testo Terra-Patria, riportava la toccante riflessione di Alberto Cohen: “Che questa spaventosa avventura degli esseri umani, che arrivano, ridono, si muovono e poi all’improvviso non si muovono più, che questa catastrofe che ci attende non ci renda teneri e pietosi gli uni con gli altri, questo è incredibile”. Riflessione suggellata dalla saggezza acuta e dolente delle sue parole: “Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria; il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il loro focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune. Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni. Dobbiamo essere fratelli perché siamo solidali gli uni con gli altri nell’avventura ignota”.

 Maria D’Asaro

 

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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