C’è un segreto nei successi della Norvegia in campo sportivo. E qui non si parla solo di discipline che si praticano al freddo (come ampiamente testimonia il medagliere olimpico di Milano Cortina dove il paese nordico primeggia davanti a Stati Uniti e Italia), ma di una crescita complessiva che investe tutti i settori e che molto spesso pone i norvegesi sul gradino più alto di ogni podio.
Per una risposta la più completa possibile alla domanda iniziale, bisogna partire dalle basi e cioè una filosofia capace di fissare il percorso. Si chiama “friluftsliv”, che significa “vita all’aria aperta”. Il primo a parlarne fu Henrik Ibsen, il poeta più importante del Paese sepolto al cimitero di Var Frelsers, come Edvard Munch. Se la Norvegia dice la sua in quasi tutti gli sport il merito è anche di questa parolina magica. Di un modo di vivere che si ricollega alla natura e ai suoi benefici: rilassarsi, aprire la mente, connettersi e ricaricarsi.

Il poeta Henrik Ibsen
Il che appare abbastanza strano visto che si fa riferimento ad una nazione dove gli inverni sono lunghissimi e freddissimi e dove d’estate la temperatura raramente supera i 22-23 gradi. In quelle lande che erroneamente pensiamo che siano desolate e inospitali si fa sport sin dalla più tenera età e ad occuparsene non sono i privati, come invece avviene quasi sempre dalle nostre parti, ma lo Stato. La crescita è stata resa possibile grazie a strutture indoor all’avanguardia, che permettono allenamenti costanti anche durante l’inverno. Dietro l’esplosione dello sport della Norvegia negli ultimi 20 anni ci sono due fattori: forti investimenti sportivi sui bambini e quello che gli esperti di allenamento definiscono ‘Metodo norvegese’.
Gli ingenti investimenti sullo sport della Norvegia, poco meno di 6 milioni di abitanti (in Italia siamo 10 volte di più) e un Pil pro capite pari a quello Usa e più del doppio di quello italiano (86mila dollari annui), non sono infatti sui privati, ma sui giovanissimi. Tra i fiordi si fa sport fin da piccoli (93% dei norvegesi sotto i 25 anni), senza ossessione per il risultato; ma dalla pubertà l’agonismo diventa feroce. Merito del ‘Metodo norvegese’, inventato da Ingrid Kristiansen (oro mondiale dei 10.000 a Roma nel 1987, fondista in pista e sulle nevi) e teorizzato in un libro da Brad Culp: allenamenti elevati in durata ma a bassa intensità, per vincere la fatica. E la passione per il “friluftsliv” fa il resto perché spinge giovani e adulti a praticare sport quotidianamente, contribuendo a creare atleti di alto livello.
Ma c’è un ulteriore tassello da non sottovalutare: dal 1987 il Nif (Norwegian olympic and paralympic committee and confederation of sports, cioè il Coni di Oslo) ha redatto la Carta dei diritti dei bambini nello sport (Bestemmelser om barneidrett), anticipando persino i principi della Convenzione Onu sui Diritti del fanciullo che è del 1989. La Carta norvegese promuove esperienze sportive positive, la gratuità dei servizi sportivi e incoraggia la multidisciplinarietà. “L’esposizione a diverse discipline sportive – sottolinea Inge Andersen, segretario generale della Confederazione norvegese per 13 anni – stimola abilità motorie diverse e ne alimenta lo sviluppo”. In tutto il Paese non sono ammessi campionati nazionali under 13, né la stesura di classifiche al termine di eventi sportivi. E se le gare prevedono una premiazione deve essere garantita una medaglia per tutti i partecipanti.

Il campione Erling Haaland, leader della Norvegia nel calcio
“L’ossessione per le gare e i risultati non deve mai prevalere sul divertimento e sulla salute dei bambini”, aggiunge Andersen. Il sistema norvegese punta sulla partecipazione universale, non sulla ricerca del talento precoce. Le scuole integrano l’educazione fisica scolastica con attività extracurricolari offerte dalle società sportive: circa il 90% dei bambini dai 6 ai 12 anni pratica sport. Per fare un confronto diretto, l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi più sedentari dell’area Ocse dove circa il 90% dei bambini e adolescenti non pratica sufficiente attività sportiva.
Se i successi sulla neve sono prevedibili (“i norvegesi nascono con gli sci ai piedi”, recita un proverbio) più sorprendente è stata l’ascesa negli sport estivi. Persino nel beach volley, disciplina in apparenza lontana dalla cultura nordica, la Norvegia è diventata una potenza grazie alla coppia Anders Mol – Christian Sørum: un risultato insolito per un paese con un clima inadatto allo sport da spiaggia. I “beach vikings” (così sono stati soprannominati) hanno vinto un oro olimpico a Tokyo, un campionato del mondo e diversi titoli europei.

I tifosi del Bodo/Glimt
E infine il calcio. La Nazionale rossocrociata, guidata dal fenomeno Haaland, ha spazzato via l’Italia nel girone di qualificazione ai prossimi Mondiali: otto vittorie in altrettante partite. Erling (uomo simbolo del Manchester City) in realtà è nato a Leeds, ma quando aveva tre anni il papà calciatore in Inghilterra smise per un infortunio e, tornando in Norvegia, lo avviò a una scuola calcio. Qualche giorno fa il Bodo/Glimt nei playoff di Champions League ha rifilato 3 gol all’Inter; per carità, la Juventus ha fatto anche peggio prendendone 5 dal Galatasaray, ma ormai il livello della pelota italica è piuttosto basso in campo internazionale. Paolo Di Canio (ex calciatore ed ora commentatore televisivo) aveva definito “salmonari”, i giocatori del Bodo (cittadina di 50mila abitanti) che aveva vinto 6-1 con la Roma, ma ormai è lampante che in generale i pescatori di salmone vincono dappertutto e in ogni sport. E non può essere un caso.
C’è un insegnamento che deriva dall’insieme di queste vicende: i successi sportivi (ma vale anche e soprattutto nella vita) derivano dal lavoro, che deve essere necessariamente lungo e profondo. In parole molto semplici: se non si semina, non si raccoglie. In Italia, invece, anche a livello giovanile contano solo i risultati, da ottenere il più presto possibile. E così si cresce poco e male.
Buona domenica.

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