//Don Isidoro, il prete “fidanzato” con Gesù

Don Isidoro, il prete “fidanzato” con Gesù

di | 2026-06-29T01:26:16+02:00 28-6-2026 1:00|Punto e Virgola|0 Commenti

“Un prete felice”. Così si era definito poco prima di morire in uno scritto che è stato poi interpretato come il suo testamento spirituale. E sicuramente l’espressione sintetizza al meglio il carattere e la missione di don Isidoro Meschi, per tutti semplicemente “don Lolo”, sacerdote della diocesi di Busto Arsizio, morto tragicamente il 14 febbraio del 1991 in quello che le cronache dell’epoca definirono senza particolare sforzo di fantasia il “delitto di San Valentino”. Il pretino nato in Brianza, a Merate, nell’estate del 1945, si dedicò completamente agli altri tanto da poterlo indicare come un martire, nella misura in cui seppe dare amore, sostegno e solidarietà alle persone fragili, fino al giorno della drammatica scomparsa.

Arrivò a Busto Arsizio (popoloso e operoso centro in provincia di Varese) all’inizio degli anni Settanta, ancora giovanissimo sacerdote poiché la sua fu una vocazione davvero precoce. “Don Lolo” fu insegnante, in particolare al Liceo “Daniele Crespi”, e anche giornalista, diventando responsabile per l’Alto Milanese di “Luce”, il settimanale cattolico del Varesotto scomparso negli anni Duemila. L’intensa attività giornalistica si racchiude in un corposo insieme di scritti, che testimoniano la sua notevole capacità di lettura onesta e senza sconti della realtà.

E proprio dalla cronaca quotidiana, don Isidoro trasse la convizione di dover intervenire per cercare di porre rimedio ad una piaga che affliggeva i giovani di Busto Arsizio (come pure di altre zone della Lombardia): la tossicodipendenza. All’inizio degli anni Ottanta l’eroina sta dilagando anche in provincia e lui impegna il suo stipendio di insegnante di religione per ristrutturare una cascina trasformandola nel centro di recupero “Marco Riva”. Mette risorse, coordina i volontari, ma soprattutto ci mette il suo amore, senza risparmio. Si priva delle proprie cose per rispondere ad ogni tipo di emergenza.

I funerali di don Lolo

All’età di tre mesi Isidoro rischiò di morire per gravi problemi intestinali. In prima elementare la maestra lo introdusse al Vangelo, ed egli ne fu molto colpito, al punto che per Natale, invece che giocattoli, si fece regalare il Nuovo Testamento, insieme alla storia di san Francesco d’Assisi. Fin da bambino aveva manifestato la volontà di entrare in seminario, che lo accolse all’età di 14 anni, il 1º ottobre 1959. Il 28 giugno 1969 fu ordinato presbitero dal cardinale Giovanni Colombo. Dal 1969 al 1972 ricoprì la carica di vicerettore del seminario arcivescovile di Venegono Inferiore. A metà degli anni ’80 nasce l’associazione “Marco Riva”: prima come centro di ascolto e, nel 1987, come comunità per tossicodipendenti.

Don Isidoro trascorse la sua esistenza nella più assoluta povertà materiale, tanto che quando venne ricoverato in ospedale in seguito ad un incidente si trovò sprovvisto del pigiama, che aveva regalato ad un barbone. Anche quando venne deposto nella bara non si riuscì a trovare un abito senza qualche rattoppo. La sua dieta era molto rigida e ridotta al minimo indispensabile. Non solamente rifiutava di usare per sé le sue piccole entrate, ma addirittura impediva che gli si facessero regali. La sua unica ricchezza era Gesù Cristo. Per questo, nella sua giornata, era indispensabile la preghiera. Era severo con sé stesso e indulgente con gli altri. Insegnava a non giudicare le persone ma a perdonarle, consigliava di non far niente al fine di essere ricompensati, ma di ringraziare chi fornisce l’opportunità di dare.

Il centro “Marco Riva” prima della ristrutturazione

Non si prendeva mai giorni di vacanza, e quando qualcuno lo faceva notare lui rispondeva: “Non posso: c’è sempre qualcheduno che ha bisogno del mio aiuto”. Era sempre disponibile per tutti e proprio per questo suo atteggiamento la sorella gli ripeteva spesso: “Lolo, chi ha la fortuna di conoscerti non può dire di non aver conosciuto Gesù”.

La notte del 14 febbraio 1991 don Isidoro si trovava alla “Marco Riva” per i consueti incontri con gli ospiti della comunità. Maurizio Debiaggi, giovane con gravi problemi psichici che era stato anche suo collaboratore per il settimanale Luce, uscì di casa dicendo alla madre che avrebbe dovuto “regolare i conti con il prete”, cosa che indusse la stessa madre a telefonare a don Isidoro per avvertirlo. Quando il giovane suonò al portale, don Isidoro gli aprì senza timore. Maurizio Debiaggi però cominciò a gridare ed estrasse un coltello. Invece di cercare la fuga, don Meschi cercò di farlo ragionare ma il ragazzo lo pugnalò al cuore. Sembrava sapesse di dover morire dato che qualche mese prima aveva scritto il suo testamento. Morì sulla macchina che lo portava all’ospedale. Al suo funerale parteciparono 150 sacerdoti e l’allora arcivescovo della diocesi di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, il quale lo ricordò paragonandolo ad un santo: “Chissà che egli non diventi un giorno un segno per tutta la Chiesa, facendo parte della santità della Chiesa. Perché è santità di un prete che ha vissuto santamente la sua vita, di un prete generoso che non ha risparmiato per nulla la sua vita, e che ha rischiato fino in fondo per amare come Gesù”.

A don Isidoro sono stati intitolati una via e un centro di ascolto della Caritas a Busto Arsizio ed un centro residenziale e diurno per persone affette da AIDS a Tabiago di Nibionno, in provincia di Lecco. Proprio a Nibionno è stato istituito il Premio letterario “Isidoro Meschi”. Ogni anno, in occasione di san Valentino, si tiene un concerto in sua memoria.

Nella sua breve vita, si occupa quindi di chi spesso viene messo ai margini: barboni, drogati, matti (come si diceva allora), disadattati. Certo, in molti senza chiedere nulla in cambio lo aiutano e lo sostengono come possono, ma ha al suo fianco un amico fidato e molto fedele: Gesù. Che non lo abbandona mai, che gli dà la forza per resistere e andare avanti, che lo conforta negli inevitabili momenti di difficoltà e che sa indicargli sempre qual è la direzione giusta. Un compagno di strada affettuoso e riservato: insomma, un vero e proprio “fidanzato”.

Il duomo di Busto Arsizio gremito per i funerali

Alla fine del 2013 il cardinal Angelo Scola, arcivescovo di Milano, invia una lettera all’Associazione “Amici di don Isidoro” (che custodisce il suo ricordo) tramite il suo delegato monsignor Ennio Apeciti, dando il proprio benestare all’inizio di una fase preparatoria (raccolta di documenti e testimonianze), per valutare l’opportunità che il sacerdote sia ritenuto idoneo per l’inizio del processo di beatificazione. I resti mortali di don Isidoro sono sepolti nel cimitero monumentale di Busto Arsizio, presso la cappella riservata ai sacerdoti della città.

Don Lolo è un esempio non soltanto per chi crede, ma per tutti coloro che in ogni angolo della Terra, soprattutto in quelli più derelitti e abbandonati, si battono per aiutare chi ha bisogno. Perché la strada del bene non conosce scorciatoie.

Buona domenica.

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