Domanda: “Credi in Dio?”. Risposta: “Se Lui crede in me, volentieri”. Il dialogo è un po’ surreale, ma è la sintesi più autentica di un magnifico spettacolo che da mesi sta ottenendo dappertutto un clamoroso successo. Paolo Ruffini torna in scena con la Compagnia Mayor von Frinzius in “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io”, dove si mescolano – apparentemente in modo casuale e un po’ caotico – ironia e improvvisazione. Il prodotto finale, accattivante e coinvolgente, è un incontro senza regole, che capovolge l’idea di “normalità”, che sa sorprendere e incantare tra comicità, disobbedienza e tenerezza. Spesso, quando cala il sipario e si spengono le luci della ribalta, molti spettatori rimangono inchiodati al loro posto con le lacrime agli occhi, vinti dalla commozione.
Dopo lo straordinario successo di “UP&Down”, in scena per oltre cinque anni con più di 180 repliche e 120mila biglietti venduti (in cui si indagava sull’amore), Paolo Ruffini e gli attori della Compagnia Mayor Von Frinzius propongono “Din Don Down”, il cui tema centrale ruota intorno al concetto di “divino”, che si chiami Dio o altro non importa, perché diventa invece occasione per parlare dell’io, che poi è lo stesso termine privato della D iniziale. Ruffini è un maestro nei giochi di parole, diverte e si diverte, passando da un tema all’altro con disinvoltura: l’uomo, animale “social”; la guerra (che ha come contrario non solo la pace, ma anche la cultura); l’intelligenza artificiale perfetta e quindi noiosa; persino la morte…
Mayor Von Frinzius è l’originale nome della compagnia teatrale italiana fondata nel 1997 da Lamberto Giannini, promotore di un teatro libero e senza barriere, che unisce attori con e senza disabilità. Il suo significato risiede nell’idea di una rappresentazione inclusiva e irriverente che non integra, ma incontra, valorizzando la diversità. Così gli attori e le “downesse” possono affermare senza tema di essere smentiti che “Paolo è il più down di tutti”, perché “Io sono te”; possono dimostrare il loro entusiasmo cantando e ballando una dissacrante versione dance del Padre nostro, possono dire parolacce e soprattutto possono affermare a gran voce che ci sono molte più persone disabili in giro che sul palco, in special modo quelli che definiscono “i disabili della gentilezza”.
La contaminazione e il coinvolgimento da parte di attori “diversi” verso un pubblico “normale” è alla base del successo di questo originale format. “Din don down” invita a vedere le persone con disabilità come individui unici, con gli stessi diritti e difetti di chiunque altro, non automaticamente “speciali” e usa l’ironia e la risata come strumenti per unire e superare i pregiudizi, criticando il politicamente corretto, che impone silenzi e costruisce barriere.

Claudia Campolongo
La regia è di Lamberto Giannini, il coordinamento artistico di Rachele Casali; sul palco insieme al carismatico Paolo Ruffini (che conduce e si fa condurre, che seduce e trascina ogni singolo spettatore) gli straordinari attori della Compagnia Mayor Von Frinzius: Federico Parlanti, Erica Bonura, Marco Visconti, Massimiliano Silvestri, Andrea Lo Schiavo, Giacomo Scarno. Il tutto accompagnato dalle note al pianoforte di Claudia Campolongo, ex moglie del protagonista.
Punto di forza dello spettacolo è l’improvvisazione partecipata. L’antica anima di Ruffini, ad inizio carriera animatore nei villaggi turistici, riecheggia nella relazione immediata con il pubblico, chiamato a vivere in prima persona la narrazione: spettatori, scelti casualmente in platea, si rivelano veri comici nella loro spontanea naturalezza e il racconto della quotidianità fa immedesimare e diverte. Ciò che colpisce è la capacità dell’attore di mischiare ironia dissacrante, provocazione e irriverenza con ascolto e umanità.

Paolo Ruffini
Perché, in fondo, come dice Paolo Ruffini, “l’io è l’essenza di Dio e, se tolgo la lettera ‘D’, che rappresenta la perfezione di Dio, rimango io”. Il finale è una lunga riflessione sull’unicità di ciascuno di noi, sull’importanza di prendersi cura delle persone e di amare senza avere paura. Si esce dal teatro con nuovi spunti e una maggiore consapevolezza sulla vita e sulle infinite possibilità che abbiamo in quanto esseri umani sensibili. La combinazione di tutti questi elementi non è mai banale: si ride, ma più di se stessi che delle storie interpretate, dei propri limiti e pregiudizi, che diventano improvvisamente lampanti e si torna a casa commossi con ben impresso nella mente il piccolo dialogo iniziale: “Se Lui crede in me, io sono d’accordo”.
Buona domenica.

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