RIETI – In silenzio, osserva, ispira, protegge. Vacuna, la dea “incerta”, semplicemente, è. La sua presenza si avverte ovunque nel territorio anticamente abitato da quel civilissimo popolo che erano i Sabini, risuona nella toponomastica di alcuni famosi borghi – Vacone, Bacugno, Bocchignano – ed è testimoniata da numerose iscrizioni votive ed ex voto. La dea si manifesta al visitatore all’improvviso: per esempio sui bassorilievi di Montebuono dove ad un occhio attento la sua presenza non sfugge sulla parete esterna della chiesa di Santa Maria Assunta, “tradotta” in termini cristiani. Eppure lei, la dea Vacuna, nome che le viene forse dal latino vacuum, vuoto, irrimediabilmente si vede e non si vede, si dilegua. Eppure c’è. Le sue tracce e i labili indizi sono le vestigia di un culto diffuso, radicato come tutto ciò che è primordiale, innato nell’umanità, non compromesso dalla complessità del progresso. 
La dea Vacuna è probabilmente quel principio vitale che in varie parti del mondo ha ispirato molte antiche civiltà dalle quali è stata lasciata la testimonianza delle “veneri primordiali”. Si tratta di quelle statuette del Paleolitico dalle forme steatopigie, chiari simboli di maternità, di fecondità della natura, protettrici della vita e beneauguranti. Vacuna, come quelle primitive espressioni religiose, prova un culto della figura femminile e che questa fosse venerata e rispettata sin dalla notte dei tempi per le sue funzioni “magiche” legate al ciclo della vita. Ma lei è anche la dea silenziosa ed autorevole che presiede – come dice la radice del suo nome – la pausa, il vuoto, il riposo, la “vacanza”. Si può considerare la divinità del tutto: è la Grande Madre mediterranea e le diverse ipotesi sulle sue origini (per Varrone e Dionigi di Alicarnasso era stata portata dai Pelasgi, un’altra versione la vuole figlia di Sabo, il mitico re dei sabini), testimoniano la necessità per ogni civiltà di legare alla donna il mistero della vita e del suo eterno rigenerarsi, tema su cui tanti studiosi – e tra questi Maria Gjmbutas – si sono soffermati.

Scavi a Montenero Sabino
Gli stessi Romani, prevaricatori e poi conquistatori dei Sabini, ebbero per Anna Perenna, figura molto simile a quella di Vacuna, un culto importante. Anche Anna, nonostante le molteplici ipotesi che ne tentano una ricostruzioe storica, è una figura misteriosa e dai tratti indefiniti ma è sicuro che rappresentasse la vita e infatti si festeggiava il giorno delle Idi di Marzo, per Roma data di inizio dell’anno e del rinnovamento ad esso legato. Anche lei è una figura poco conosciuta, che rimane viva però nei detti popolari (annare, perennare), nelle incisioni, nei luoghi sacri (noto quello oggi all’interno di un parcheggio sotterraneo ai Parioli), nelle pratiche magiche a lei attribuite e arrivate a noi attraverso le epoche successive. La nebbia che la avvolge è già negli antichi, che ne sono le fonti. Orazio descrive Vacuna, oltre che misteriosa, anche inafferrabile, quasi invisibile, e “muta”.
I luoghi dove si svolgeva il suo culto sono stati da una decina di anni individuati e studiati nel territorio della provincia di Rieti. A Montenero Sabino, addirittura, gli studi su si lei sono stati condottti in collaborazione con l’università di Lione. In tutto il territorio reatino i suoi spazi sacri sono all’aperto, vicino all’acqua e nei boschi. Il suo volto compare raramente e il più nitido – ma ormai contaminato dalla cultura romana – è quello su una moneta del 67 a.C. in cui essa è identificata con la divinità romana Victoria. Legame, questo, ribadito a Trebula Mutuesca (oggi Monteleone Sabino), dove vicino al suo sacrario fu eretta in epoca medioevale la chiesa di santa Vittoria, una martire che – come a tanti è toccato – potrebbe essere una “traduzione” cristiana della divinità sabina e quella romana fuse in un’unica figura a presidio della maternità.
A Bacugno, invece, la dea Vacuna è passata attraverso il Medioevo prendendo le sembianze della Madonna della Neve per la quale ogni anno, il 5 agosto, viene celebrata la festa del ringraziamento e un toro viene fatto inginocchiare ai suoi piedi mentre il “manocchio”, grande covone di grano sormontato dalla croce con valore apotropaico, viene portato in processione. Ma l’arcaicità del culto di Vacuna è testimoniato dalle sue ali che riconducono ad un tempo e ad una dimensione che hanno a che fare con il mito.
In Sabina la dea si percepisce ovunque, nello spirare del vento ma anche nel silenzio assoluto della natura: ad Amiternum, a Borbona, Posta, Cittaducale, Cures e nella grotta di San Michele sul Monte Tancia, oltre che a Montenero e a Trebula Mutuesca. Seguire la sua scia significa percorrere una strada verso le viscere della terra, verso una magia ancestrale, anche, ed è probabilmente questo il fascino che la grande madre sabina ha esercitato per secoli e di cui, nell’epoca della complessità e del conflitto dei ruoli, sentiamo non solo la nostalgia ma anche la mancanza.
Gloria Zarletti

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