ROMA – Fossi un giuslavorista assumerei subito la difesa degli interessi civili della addetta alle pulizie del Circolo Canottieri di Roma licenziata in tronco per aver dato del tu (questo almeno quanto riportano i maggiori quotidiani) ad una socia del club. Ritengo infatti che la signora abbia buone ragioni da opporre in giudizio per chiedere il reintegro ed i relativi danni. Quali sono queste carte a favore? La prima consiste nel fatto che dare del tu non è vietato da alcuna norma e se non c’è un divieto, una legge, ogni comportamento è consentito: “Nulla poena, sine lex”. 
Taluno sostiene che la dipendente abbia firmato al momento dell’assunzione un contratto in cui si impegnava a dare del lei ai soci del Circolo. Ma, pure sotto questo profilo, si potrebbe arrivare ad un richiamo, ad una multa per la dipendente, non certo al licenziamento. Al di là, comunque, dei profili giuridici si ritrovano a iosa elementi solidi e convincenti di come, non da oggi, ma da sempre, gli uomini si siano rivolti all’altro con il tu. Persino – Bibbia docet – il creatore parla ad Adamo col tu e con lo stesso pronome l’uomo risponde a Dio. Insomma: il lei ed il voi altro non rappresentano che il frutto di una stagione storica e culturale. In alcune realtà, pure da noi in Umbria, che meno hanno subito i condizionamenti esterni, gli abitanti si rivolgono abitualmente con il tu a chi incontrano. Beata purezza.
Fino alla nascita delle Nazioni, o giù di lì, anche ai re ci si rivolgeva con il più semplice e primigenio pronome personale. È sufficiente ricordare il filosofo Diogene che rivolto ad Alessandro Magno, pronto a soddisfargli qualunque richiesta, replicò: “Mi fai ombra, o re, togliti dal sole”. E pure Enea, nell’opera di Virgilio, si rivolge a Didone, sovrana e per di più donna con un: “Mi ordini, o regina, di ricordare un immenso dolore…”. Solo nel basso Medioevo comincia a far capolino la sovrastruttura del voi e del lei. Abitudine cancellata dalla Rivoluzione Francese: se tutti gli uomini sono uguali rimarcare differenze non riveste alcun senso. Tutti sono cittadini, il tu è consequenziale. Ma la lezione di “libertà, fraternità, uguaglianza”, con la Restaurazione, finì per rotolare nel dimenticatoio. 
Alcune élite, detentrici di potere economico e politico, imposero il ritorno di questo modo di rapportarsi all’altro, che non si basa su alcuna motivazione di carattere morale o filosofico. “Rebus sic stantibus”, o se si vuole, PQM (cioè per questi motivi, secondo la dizione giuridica) la dipendente del Circolo va reintegrata al suo posto e risarcita. Così è deciso. L’udienza è tolta.
Elio Clero Bertoldi

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