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Da Macerata a Loreto uniti nella speranza e nella fratellanza

di | 2026-06-19T18:31:44+02:00 21-6-2026 0:25|Sezione 6, Storie|0 Commenti

NAPOLI – Oggi come oggi, la storia non la scrivono i vincitori o i vinti ma i social. I post, gli articoli, le attenzioni mediatiche creano un ambito, un contesto di potere per indirizzare le menti e i giudizi (per chi non ne vaglia la valenza e l’interesse vero) nella direzione che vuole il potere stesso. Insomma a volte sembra di impazzire restando “a guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali… Quante squallide figure che attraversano il paese, com’è misera la vita negli abusi di potere” come avrebbe detto Franco Battiato.

E intanto in questo marasma mediatico fatto di paure, censure, orridi siparietti, crisi continue (da quelle umane e sociali a quelle economiche) appare, per sentito dire, quasi di sfuggita, la visita del Papa in Spagna dove milioni di persone hanno seguito e visto una presenza inequivocabile di fede e pace o anche, ma questo è proprio da andarlo a cercare sui giornali o sui social, il pellegrinaggio Macerata – Loreto che ormai da decenni vede la partecipazione di più di centomila persone dove “la gioia che si affaccia nei volti all’arrivo a Loreto è umanamente inspiegabile e tuttavia domanda una spiegazione”.

Una notte di cammino faticosa, in cui si prega, si canta, si ascolta, come può generare una commozione così intensa e profonda, documentata dalle foto e dai tanti racconti delle ore successive? Ciascuno può intercettare i segni di una diversità, di un gusto, di una intensità impensabili se non quando accadono. La fede, quando è esperienza, fa emergere il positivo dentro le circostanze dolorose della guerra come dentro quelle, non meno drammatiche, dell’abitudine e dello scetticismo. Lo abbiamo visto nelle facce delle persone che ci attendevano lungo le strade: sembra impossibile, eppure sta accadendo. “E questo è il dono più grande: comprendere che il cammino non finisce all’arrivo, ma continua nella vita quotidiana di ciascuno”.

E intanto ciò che sembra prevalere sono i tanti momenti, tante manifestazioni, tanti cortei per urlare il nulla, un vuoto. Ma tra sabato e domenica scorsi se n’è visto un altro di evento, che non ha ottenuto lo stesso spazio sui giornali, ma che smuove da molti anni tante persone in maniera inequivocabile. Una croce portata in testa alla fila. Poi un gruppo di carrozzine, dietro un gruppo di volontari che tengono ordine ai centomila partecipanti per i trenta chilometri che li separano dal santuario di Loreto. Un popolo fatto di ragazzi, ragazze, persone di ogni specie. Camminano, cantano, pregano, chiacchierano, si fanno forza passo dopo passo per provare ad arrivare tutti insieme a Loreto senza lasciare nessuno indietro. È un gruppo certo, sono uniti, ordinati, ma è un’unità strana, che non minaccia, che non spaventa, non respinge chi si sente diverso. Anzi, la gente affacciata alle finestre applaude, qualcuno piange, qualcun’altro urla, quel fiume di gente che avanza festoso ti fa venir voglia di scendere in strada e camminare insieme.

Vibra nell’aria qualcosa di originale che non si riesce ad afferrare e tanti infatti si uniscono, prendono in mano le loro fatiche, i desideri, le ferite e si mettono in strada, sentono d’impatto qualcosa che rompe la distanza, avvertono in quel popolo qualcosa che gli appartiene e al quale misteriosamente appartengono. È una comunità che si fa fatica a confinare in una definizione, quelle facili etichette che si leggono sui giornali. Chi è sceso in strada? Chi sono questi qui? Il popolo del pellegrinaggio. Cioè? Sono cristiani’, si direbbe ad un primo sguardo – ed è vero, camminano tutti dietro ad una croce”. Eppure, non tutti sono credenti. O perlomeno nessuno chiede loro che lo siano.

Camminano insieme atei, uomini e donne di altre religioni, italiani, stranieri, ucraini, russi, ebrei, musulmani, ricchi, poveri. Forse una cosa li unisce davvero: sono uomini e donne in ricerca, assillati solo dalla coscienza che c’è qualcuno che li guarda e li conosce nel profondo. Oltre la superficie asfittica del ruolo, della razza, della provenienza, dell’idea, della convinzione politica e religiosa, c’è qualcuno che conosce e ascolta il grido sconfinato di felicità che sono.

E non bisogna fare l’errore di pensare che sia un popolo ideale, fuori dalla storia. È un popolo in cui tutta la contraddizione che gli appartiene non è cancellata, un popolo carico dei suoi vizi, della sua depravazione e della sua ignoranza, meschino proprio come tutti. Ma è forse proprio questa coscienza semplice della propria miseria che li mette in cammino – e non in marcia contro qualcuno – e che gli fa avvertire l’altro, da qualsiasi parte del mondo provenga, come un compagno di strada indispensabile per scoprire fino in fondo se stessi. Fino a stupirsi davvero che quel volto apparentemente casuale -a volte bello e affascinante, altre ingombrante e fastidioso – che ti ha camminato a fianco tutta la notte, ti conosce meglio di come ti conosci tu” (D. Tartaglia).

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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