MILANO – C’è una domanda che vale la pena fare ogni volta che Hollywood si avvicina a un testo antico: fin dove può spingersi una reinterpretazione prima di diventare un’altra cosa? Il trailer dell’Odissea di Christopher Nolan, uscito il 5 maggio 2026, ha riaperto questo dibattito con una precisione quasi chirurgica. Non per le creature o per le scenografie — quelle sono spettacolari e visivamente fedeli all’immaginario del poema — ma per una serie di scelte precise che hanno fatto discutere storici, appassionati e semplici spettatori. E che meritano di essere esaminate una per una, senza polemiche ma senza nemmeno minimizzarle. 
La prima critica riguarda il linguaggio. La sceneggiatura di Nolan si ispira alla traduzione dell’Odissea realizzata nel 2017 da Emily Wilson, classicista britannico-americana che ha scelto deliberatamente un registro contemporaneo, diretto, privo delle arcaicizzazioni che avevano caratterizzato le traduzioni precedenti. Nel trailer, Tom Holland — che interpreta Telemaco — usa la parola dad rivolgendosi a Odisseo. Robert Pattinson, nel ruolo del pretendente Antinoo, arriva a espressioni come daddy e sniveling bastard. Sono scelte che rendono i personaggi immediati, accessibili, umani: nessuno lo nega. Ma tolgono qualcosa che non è solo atmosfera: tolgono la distanza. E la distanza, in un testo che viene dall’Età del Bronzo, non è un difetto da correggere. È la misura di quanto quel mondo fosse davvero diverso dal nostro, e di quanto quella diversità contenga ancora qualcosa da capire.
La seconda critica riguarda gli accenti. Il film adotta accenti prevalentemente americani per personaggi che vivono nel Mediterraneo del 1200 avanti Cristo. È una scelta che nella tradizione hollywoodiana ha precedenti — i film storici anglosassoni ricorrono spesso all’accento britannico come proxy della solennità, e anche quello è una convenzione arbitraria. Ma c’è una differenza tra una convenzione e un’altra: l’accento britannico crea almeno una distanza percepita, segnala che siamo in un altrove. L’accento americano contemporaneo, inserito in quel contesto, produce l’effetto opposto: avvicina il testo al presente invece di lasciarlo nel suo tempo. Alcuni critici hanno trovato questa scelta coerente con la visione di Nolan, altri la trovano straniante. La domanda, però, rimane: a cosa serve quella straniante familiarità?
La terza critica è estetica. La fotografia del trailer mostra un mondo dominato da toni freddi, desaturati, quasi monocromatici — coerente con lo stile riconoscibile di Nolan, ma lontanissimo dall’immaginario visivo che il poema suggerisce. Omero descrive il mare come “color del vino”, le albe dorate, i metalli lucenti, i colori vividi delle vesti. La Grecia arcaica, nell’immaginario antico, è un mondo di colori intensi, non di palette grigie e minimaliste. Il risultato visivo del trailer si avvicina più a un thriller contemporaneo — o, come qualcuno ha notato, quasi a un film di fantascienza — che all’epica mediterranea. Non è sbagliato in assoluto: è una scelta autoriale precisa. Ma è anche una scelta che dice qualcosa su quale Odissea si sta scegliendo di raccontare. 
La quarta critica, quella che ha suscitato il dibattito più ampio tra chi si occupa di storia antica, riguarda i costumi. Le armature mostrate nel trailer — in particolare il celebre elmo “spinato” e alcune protezioni indossate dai soldati — sono state definite da diversi storici non coerenti con l’Età del Bronzo. Alcune sembrano più medievali, altre quasi futuristiche. Nolan ha risposto direttamente a questa critica in un’intervista al Times: ha spiegato che i costumi si ispirano ai pugnali micenei in bronzo annerito, lavorati con oro, argento e zolfo, e che la sua ricerca storica è stata approfondita. È una risposta legittima, e il lavoro di ricerca di Nolan è notoriamente scrupoloso. Ma la sensazione che rimane — quella che ha prodotto il dibattito, quella che difficilmente si elimina con una spiegazione in un’intervista — è che i costumi siano stati progettati prima di tutto per sembrare potenti sullo schermo, e solo in secondo luogo per sembrare storicamente plausibili.

Il regista
Ciò che queste quattro critiche hanno in comune è la stessa domanda di fondo: quando si adatta un testo che qualcuno ha scritto — o cantato, o tramandato — con un’intenzione precisa, in un contesto preciso, per un pubblico preciso, quante libertà si possono prendere prima che l’adattamento smetta di essere un dialogo con il testo e diventi qualcosa d’altro? Nolan stesso ha detto che considera l’Odissea un racconto fantastico, paragonabile a Star Wars per il tipo di libertà che concede a chi lo adatta. È una posizione coerente, e spiega le scelte. Ma è anche una posizione che rivela una certa idea di cosa sia un testo antico: materiale narrativo potente, disponibile per qualsiasi uso si voglia farne. La tradizione europea, cresciuta dentro quei testi per duemila anni, ha sempre avuto un rapporto più complicato con quella disponibilità.
Il film è uscito il 16 luglio 2026, e probabilmente sarà notevole perché la carriera di Nolan non lascia spazio a giudizi preventivi diversi. Ma le critiche al trailer non erano rumore di fondo da ignorare. Erano domande precise su cosa significa portare un testo fondativo nel presente senza perderlo per strada.
Domande a cui il film, quando sarà nelle sale, dovrà rispondere con le immagini, non con le interviste. E a cui ciascuno, dopo averlo visto, potrà dare la propria risposta.
Ivana Tuzi

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