//Cresce la povertà e va peggio per i giovani

Cresce la povertà e va peggio per i giovani

di | 2022-06-03T19:57:20+02:00 5-6-2022 7:05|Controluce|0 Commenti

Nel 2021 le famiglie in povertà assoluta in Italia erano il 7,5%, in lieve calo rispetto al 7,7% del 2020. Ma siamo diventati il Paese delle diseguaglianze sociali. Secondo l’Istat 5 milioni di persone (1,8 milioni di famiglie) sono in una situazione di povertà assoluta, cioè non hanno i mezzi per vivere con dignità. Dopo quasi dieci anni di crisi, la povertà assoluta in Italia è raddoppiata: nel 2005 circa 2 milioni di persone si trovavano in questa condizione, ovvero il 3,3% della popolazione. Tra il 2011 e il 2013 l’incremento più drammatico: in un solo triennio i poveri assoluti sono passati dal 4,4 al 7,3% della popolazione. La maggior parte di coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta risiede nel Mezzogiorno. Sono ben il 56,1% del totale. E con l’inflazione in crescita questi numeri sono destinati a salire.

In Italia la povertà penalizza soprattutto i giovani

C’è un altro dato che emerge: la povertà continua ad aumentare tra le fasce più giovani e così aumenta anche il divario di reddito tra generazioni e inter-generazionale.
Nel 2007 l’incidenza della povertà tra i giovani tra i 18 e i 34 anni era del 2,7%. Oggi il dato è più che triplicato, e sfiora il 10%. Ed è raddoppiato se si prendono in considerazione gli adulti tra i 35 e i 64 anni tra cui ci sono molti genitori dei giovani “poveri”. Significa, scrive Emanuele Ranci Ortigosa nel suo libro “Contro la povertà”, che a entrare in crisi sono soprattutto le famiglie. E vivere in una famiglia in condizioni di povertà penalizza seriamente le prospettive dei bambini. In assoluto la categoria più colpita.
Un rapporto del McKinsey Global Institute, “Più poveri dei genitori? Il reddito piatto o in calo nelle economie avanzate”, rileva che tra il 2005 e il 2014 circa il 70% delle famiglie europee ha subìto una diminuzione o uno stallo della propria condizione economica, che riguarda addirittura il 97% delle famiglie in Italia. I Millennials sono più poveri della generazione precedente di ben il 17%. Eurostat, inoltre, ci dice che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Anche Oxfam denuncia le mancanze del sistema economico attuale, che “consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre nel mondo centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame”. L’82% dell’incremento di ricchezza globale è finito nelle casseforti dell’1% più ricco della popolazione.

La povertà, un problema mondiale

Emanuele Ranci Ortigosa afferma: “Il figlio dell’operaio farà, se è fortunato, l’operaio”. Chi è in difficoltà economiche vive una condizione di fragilità che gli rende difficile cogliere le opportunità, sfruttare il proprio talento, cercare di riscattarsi. Secondo Ranci Ortigosa i livelli di povertà e disuguaglianza elevati costituiscono un impedimento allo sviluppo del capitale umano e alla crescita economica tali da poter essere considerati la sfida dei prossimi anni, la “questione sociale più rilevante accanto e unitamente a quelle del lavoro e dell’occupazione”. Preoccupa soprattutto la “trasmissione” generazionale della povertà, “di padre in figlio”. Già solo ridurla significherebbe mettere un freno al dilagare della disuguaglianza.
In Italia il numero di bambini ed adolescenti che vivono in condizioni di povertà assoluta è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni. Ed è ovvio che i bambini delle famiglie più povere hanno una maggiore probabilità di fallimento scolastico, di abbandonare precocemente la scuola e non raggiungere mai livelli minimi di apprendimento. Così, privati dell’opportunità di sviluppare i propri talenti, soffriranno probabilmente la privazione economica e sociale da adulti.
Secondo l’indagine OCSE-PISA (Programme for International Student Assessment), che accerta l’apprendimento dei minori scolarizzati, sono più di 100.000 su un totale di quasi mezzo milione (il 20%) gli alunni di 15 anni che non raggiungono i livelli minimi di competenze in matematica e lettura in Italia. Nella maggior parte dei casi provengono da contesti svantaggiati.

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