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“Com’eri vestita?”, le parole violente

di | 2025-03-18T00:12:11+01:00 16-3-2025 0:01|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

MONTEROTONDO (Roma) – C’è una seconda violenza cui una donna viene sottoposta dopo uno stupro e questa è più di lunga durata, subdola, più grave perché istituzionalizzata. Essa risiede in una domanda insidiosa che purtroppo ancora riecheggia nelle aule di Tribunale, o nelle sommarie informazioni della Polizia appena avvenuto il fatto. Riecheggia anche, banalmente, tra le persone che non hanno mai avuto a che fare personalmente con un fatto così grave. “Com’eri vestita?”, chiedono giudici e avvocati di parte alla vittima costretta a dover ripetere i particolari di quel fatto orribile avvenuto sul suo corpo. Da sempre le chiedono se il vestito era provocante, scollato, o i pantaloni troppo attillati, la gonna troppo corta.

Una domanda sintomatica di come sia ancora radicata l’idea che, se capita, una donna “se l’è andata a cercare” e l’uomo non avrebbe potuto fare altrimenti. Un pregiudizio legato ad una cultura ancestrale che il progresso non è riuscito a scalfire, uno zoccolo duro che solo una rieducazione attraverso i sensi, un contraccolpo emotivo, può modificare.

Nella Galleria Grafica Campioli di Monterotondo (in provincia di Roma), lo scorso 8 marzo, è approdata – per la manifestazione “Anticorpi” promossa dall’assessora alla Cultura Alessandra Clementini e organizzata da Amnesty International e Upe – una mostra che ha per titolo proprio questa domanda capziosa e disturbante: “Com’eri vestita?”. Per le vittime di stupro essa è un incubo che si ripete, un tentativo di colpevolizzare loro e per attenuare le responsabilità dell’autore di violenza. Il progetto è itinerante, è partito nel 2018 negli Stati Uniti ed è stato adottato da molte associazioni anche in Italia. A Monterotondo ha contribuito all’allestimento “Libere sinergie”.

In mostra ci sono 17 abiti di una normalità quasi assordante: una tuta, un maglione con pantalone largo, gonne lunghe oltre il ginocchio, abiti da lavoro. Sono ciò che indossavano le donne al momento in cui sono state aggredite e offese nel corpo e nell’anima, per sempre. Nella Galleria Campioli, in collaborazione con “Terre”, durante l’inaugrazione il percorso è stato drammatizzato dando luogo ad un forte impatto emotivo tra i presenti. Gli allievi del laboratorio di recitazione dell’attore Andrea Vasone hanno raccontato, interpretandolo, lo stupro subito da chi indossava quegli abiti ed hanno raccontato i particolari di ogni vicenda.

A violentare quelle donne, un datore di lavoro, un anziano parente, uno sconosciuto, un amico di famiglia. Parole forti, quelle pronunciate nella Campioli dagli interpreti, ognuno davanti al proprio, ordinario e innocente abito, a far rivivere il dramma di ognuna, come una denuncia. Silvia Di Tosti, Maria Grazia Capaci, Nicoletta Nicolai, Gloria Rosati, Rosanna Fusco, Paolo Buzzacconi, Fernanda A.Monti, Claudia Grossi, Alice Spina, Mariangela Roghi, Pino Chisari, Silvia Cozzi, Angela De Lellis, Maria Antonietta Petri, Alessandro Ranazzi, Martina Dollase hanno dato una voce forte alle vittime. E’ stato un momento molto impattante grazie ad un linguaggio diretto ed efficace, l’unico che possa far riflettere sulla gravità di certi luoghi comuni e sulla necessità di abbatterli attraverso nuove forme di educazione.

“Non siamo felici che ci sia ancora la necessità di una mostra del genere – ha detto Annachiara Anselmi della Grafica Campioli – ma siamo lieti di essere stati scelti da Amnesty per lanciare questa sfida”. La sfida è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di modificare una legge che colpevolizza le vittime di violenza attribuendo loro la responsabilità di quanto subito in un’ottica maschilista e retrograda.

L’iniziativa rientra nella campagna #IoLoChiedo che ha come obiettivo la modifica dell’articolo 609-bis del codice penale perché riconosca come reato ogni atto sessuale privo di consenso. Un lavoro ancora lungo da fare ma la Galleria Grafica Campioli – via Vincenzo Bellini, 46 – per queste campagne c’è sempre. La mostra sarà visitabile fino al 22 marzo dalle ore 9 alle 12.

Gloria Zarletti

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