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“Come l’acqua…”, libro per capire i bambini

di | 2018-09-28T23:49:04+02:00 30-9-2018 6:35|Attualità, Cultura, Sezione 8|0 Commenti

PALERMO – Che fare quando un bimbetto “ruba” il giocattolo al fratellino? O quando un altro, all’asilo, chiede l’attenzione speciale della maestra o disturba ripetutamente i compagnetti? Genitori, nonni, insegnanti ed educatori si trovano talvolta disorientati di fronte ai comportamenti infantili, specie dinanzi a quelli che esprimono rabbia e paura.

Il testo “Come l’acqua…” (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2012, 9 euro), a cura di Dada Iacono e Ghery Maltese, insegnanti di scuola per l’infanzia, offre alcune convincenti chiavi di lettura per comprendere comportamenti e reazioni dei bambini e relazionarsi con loro in modo armonioso ed efficace, cercando di evitare, come sottolinea lo psichiatra Massimo Ammaniti nella presentazione del libro, “fallimenti e scacchi interattivi, facilitati dal fatto che i segnali e le comunicazioni dei bambini non sono facilmente decodificabili”. Seguendo i principi teorici della psicologia della Gestalt, le due docenti affermano che la rabbia e l’aggressività manifestate dai bambini esprimono comunque una volontà di contatto con l’ambiente; ma, mentre “se l’interazione con la persona che si prende cura di lui è positiva, il bambino è pronto a un contatto fluido e nutriente col mondo”, in contesti relazionali meno accoglienti, i bambini possono bloccare il processo di contatto col mondo e smarrire la capacità di esprimersi in modo adeguato e creativo e di manifestare i loro veri desideri e bisogni.

Come comportarsi allora con quei bambini che, anche a causa dei loro trascorsi relazionali inadeguati, vivono sentimenti di rabbia o di ansia e paura? Bruno Bettelheim sosteneva che il primo diritto del bambino è quello di “essere pensato bene”. Le due autrici concordano con l’autorevole psichiatra e affermano che “il primo passo da fare è quello di credere in lui, di offrirgli in anticipo la nostra fiducia contro ogni evidenza”. Come per il piccolo Alberto di cui si racconta la storia, è sempre necessario non fermarsi alla conta dei “buoni” e dei “cattivi” e andare al di là di richiami moralistici, cercando di capire cosa c’è dietro un pianto disperato o una monelleria inconsulta “con l’aiuto di quella rete elastica di protezione che è l’anticipo di fiducia. (…) Solo così è possibile riannodare il filo magico e invisibile della relazione che lega l’adulto al bambino e i bambini tra loro”. Un bambino impaurito ha bisogno in primo luogo di avere accanto una figura “calda e sicura, capace di ascoltarlo senza ridicolizzare e senza sminuire il suo racconto”.

Viene sottolineata a tal proposito l’importanza del tono della voce “sia come parola dell’adulto che, se pronunciata nel momento giusto e nel modo giusto, raggiunge le emozioni del bambino, i suoi dolori, le sue ansie da sciogliere sia come culla sonora“. Il bambino ha poi diritto di ricevere dall’adulto il giusto limite alle sue azioni infantili, ogni volta che esse minacciano la sua integrità o quella degli altri: il pugno al fratellino non si dà. Inopportuno e deleterio è invece controllare e bloccare le emozioni dei bambini, con frasi del tipo “non c’è nulla da avere paura”.  Infatti, continuano le autrici, “mentre il controllo delle azioni infonde al bambino la sicurezza che c’è un adulto pacato e fermo, capace di comprenderlo e limitarlo (…), il controllo dei sentimenti invece lo lascia frustrato, con una tensione maggiore di quella che ha espresso”.

Dada Iacono e Gheri Maltese ribadiscono poi la sempiterna valenza terapeutica del gioco e della narrazione: “Attraverso il gioco i bambini hanno l’opportunità di aggiungere pezzettini di cose buone (cure, carezze, parole)… Nel gioco si ripara e si riparte. Così anche le fiabe rappresentano una sorta di contenitore metaforico dove ritrovare i temi forti della propria crescita, impersonati e ‘risolti’: la paura dell’ignoto, la paura dell’abbandono, il sentirsi soli, la gelosia”. Le fiabe “aderiscono ai vissuti profondi dei bambini, traducendo le diverse emozioni senza svelarle direttamente”; inoltre “il linguaggio delle fiabe si accorda perfettamente con il linguaggio dei bambini, trasformando gli scenari profondi del loro sentire in rappresentazione onirica e suggestiva. Ascoltare la propria emozione così poco nominata, impersonata da una fanciulla abbandonata o da un ragazzo perduto nel bosco, permette ai bambini di poter sentire la pena, il dolore, la paura attraverso la distanza del ‘c’era una volta’. Così gioiscono di sentirsi meno soli, fino al salvifico e vissero tutti felici e contenti”. E dunque non lesiniamo fiabe e racconti ai bambini: “Le storie sono possibili lenimenti delle ferite perché mobilitano la vita interiore e vi aderiscono, soprattutto lì dove il bambino è spaventato. Ma rappresentano anche una lanternina accesa, nell’affrontare la propria crescita nella complessità della vita”.

Maria D’Asaro

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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