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Come costruire un’identità senza tradizioni da cui partire

di | 2026-03-26T18:29:17+01:00 29-3-2026 0:25|Cultura, Sezione 6|0 Commenti

MILANO – C’è una domanda che in apparenza è semplice, quasi banale, del tipo che si fa ai bambini e agli sconosciuti sugli aerei: “Di dove sei?” Eppure per una parte crescente di persone quella domanda produce un momento di esitazione (non di imbarazzo, ma di calcolo). Di dove sono? Sono nata in una città in cui non vivo più. I miei genitori vengono da posti diversi tra loro. Si risponde con una formula abbreviata — “Sono di Roma”, “Sono italiana” — sapendo che è parzialmente falsa, o almeno insufficiente. E poi si cambia argomento. Questo disagio silenzioso, questa piccola esitazione davanti a una domanda che dovrebbe avere una risposta immediata, è uno dei sintomi più rivelatori di qualcosa che riguarda non solo le biografie individuali ma la struttura stessa della modernità contemporanea.

Sempre più persone si trovano a costruire un’identità senza una tradizione da cui partire o con una tradizione così frammentata, così mescolata, così distante nel tempo o nello spazio da non poter svolgere la funzione che le tradizioni hanno sempre svolto: orientare, collocare, fornire un sistema di riferimenti condivisi che funzioni prima ancora di essere scelto. Vale la pena chiarire cosa si intenda per tradizione, perché il termine è scivoloso e tende a essere frainteso in entrambe le direzioni. Non si parla necessariamente di folklore, di costumi regionali, di pratiche religiose o di rituali etnici. La tradizione, nel senso più profondo, è un sistema di continuità: gesti trasmessi senza spiegazione, calendari che scandiscono l’anno con una logica che non richiede giustificazione, valori taciti che si assorbono prima di poterli nominare, storie familiari che collocano il singolo in una sequenza più lunga di lui. È la grammatica implicita dell’appartenenza. Chi ce l’ha spesso non la vede, come non si vede l’aria. Chi non ce l’ha lo avverte come una mancanza difficile da localizzare: non è la mancanza di qualcosa di specifico, ma di qualcosa di strutturale, come costruire una frase senza conoscere la sintassi.

Questa mancanza non è quasi mai il risultato di una rottura violenta e drammatica. Più spesso è l’esito di una dissoluzione lenta: famiglie che si sono spostate e non hanno saputo — o voluto — portare con sé le pratiche del luogo d’origine; generazioni che hanno scelto consapevolmente di modernizzarsi, di lasciarsi alle spalle ciò che sembrava provinciale o antiquato; matrimoni misti che hanno prodotto figli a cavallo di due mondi senza appartenere pienamente a nessuno dei due; lingue che si sono perdute in una generazione, portando con sé categorie di pensiero che in quella lingua avevano il loro unico nome. Nessun trauma, spesso nessuna decisione deliberata: solo l’attrito ordinario tra la vita che avanza e le radici che non reggono il passo. Di fronte a questo vuoto, le strategie che le persone mettono in atto sono diverse, e nessuna è completamente soddisfacente.

La prima, e forse la più consapevole, è quella che i filosofi greci avrebbero riconosciuto come la costruzione dell’ethos: il carattere non come dato di nascita ma come risultato di scelte ripetute nel tempo. Si sceglie una comunità, una pratica, un sistema di valori, e li si abita deliberatamente, con la consapevolezza che quella scelta non è meno reale per essere stata fatta anziché ereditata. È una forma di identità che richiede uno sforzo continuo di manutenzione — non si eredita, va guadagnata ogni giorno — ma che ha il vantaggio della chiarezza: si sa perché si è quello che si è, anche quando non si sa da dove si viene. La seconda strategia è più diffusa, e più ambigua: il bricolage culturale. Si assemblano frammenti di tradizioni diverse — spesso non proprie, spesso provenienti da culture lontane — per costruire qualcosa di personale e ibrido. Questo tipo di costruzione identitaria viene spesso deriso come superficialità, come appropriazione, come incapacità di stare da qualche parte. Ma merita una lettura più attenta: può essere una forma autentica di sintesi, la risposta creativa di chi non ha un’eredità da cui partire e ne costruisce una da zero. Oppure può essere una fuga dal vuoto travestita da creatività, un modo per non stare fermi abbastanza a lungo da sentire il disagio. La differenza tra le due versioni non è sempre visibile dall’esterno, e a volte nemmeno dall’interno.

C’è poi chi sceglie la direzione opposta: il ritorno. Scavare nelle proprie origini, cercare la tradizione perduta, ricostruire ciò che le generazioni precedenti hanno lasciato andare. È un movimento che ha qualcosa di commovente: la serietà con cui si impara una lingua che i propri genitori non hanno tramandato, la dedizione con cui si recuperano ricette o riti o storie familiari che stavano per sparire. Ma contiene anche una contraddizione che vale la pena nominare: si può tornare a qualcosa che non si è mai vissuto? La tradizione ricostruita è pur sempre una costruzione; la differenza rispetto al bricolage culturale è meno netta di quanto sembri. Ciò che si ottiene, nel migliore dei casi, non è la tradizione originale — irrecuperabile, perché viva solo nell’esperienza di chi la pratica da sempre — ma qualcosa di nuovo che le assomiglia, e che può comunque svolgere una funzione reale.

Zygmunt Bauman, che ha dedicato gran parte del suo lavoro a cartografare la condizione moderna, parlava di “identità liquida” per descrivere esattamente questo: in un mondo in cui tutto cambia — i luoghi, i lavori, le relazioni, le tecnologie, i riferimenti culturali — l’identità non può più essere solida, data una volta per sempre. Deve essere continuamente rinegoziata, aggiornata, adattata. Questo, nella lettura di Bauman, non è necessariamente una liberazione: è anche un peso. L’identità liquida è più flessibile, ma è anche più fragile; richiede un lavoro di sé costante che le identità tradizionali non richiedevano, perché erano sorrette da strutture esterne — la famiglia, la comunità, la religione, la classe sociale — che oggi o non esistono più o hanno perso la loro forza coercitiva. Il paradosso più inquietante di questa condizione è che il bisogno di identità non è diminuito con la dissoluzione delle tradizioni che la fornivano: si è intensificato. E quando questo bisogno non trova risposte nelle eredità famigliari o nelle comunità di appartenenza organica, cerca altri canali. Le identità più rigide, più totalizzanti, più intolleranti alle sfumature sono spesso quelle costruite da chi non aveva nulla da cui partire e ha trovato in un’appartenenza assoluta — tribale, ideologica, identitaria nel senso più ristretto del termine — la risposta al disorientamento.

Non è una colpa morale: è una dinamica psicologica comprensibile, forse inevitabile in certe condizioni. Ma riconoscerla aiuta a capire fenomeni che altrimenti sembrano inspiegabili: l’attrazione verso le certezze più crude è spesso proporzionale all’intensità del vuoto che le ha precedute. Paul Ricoeur distingueva, nella sua riflessione sull’identità, tra “idem” e “ipse”: l’identità come permanenza nel tempo — essere riconoscibili, coerenti, prevedibili — e l’identità come fedeltà a se stessi attraverso il cambiamento, come promessa mantenuta a dispetto delle trasformazioni. È una distinzione che diventa particolarmente preziosa per chi costruisce la propria identità senza una tradizione alle spalle: non si tratta di trovare un’essenza da conservare, ma di costruire una continuità narrativa, una storia di sé che regga la frammentazione. Non “Sono questo perché vengo da lì”, ma “Sono questo perché ho scelto, nel tempo, di essere così”. È un’identità più esposta, più faticosa, più consapevole di sé, ma non necessariamente più povera.

Tornare alla domanda iniziale: di dove sei? Forse il punto non è trovare una risposta migliore, ma imparare a stare nella difficoltà della risposta senza ansia. Chi costruisce un’identità senza tradizioni ereditate sa — o può arrivare a sapere — qualcosa che chi le tradizioni le ha avute non ha dovuto imparare: che l’identità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si pratica. Che è sempre, in misura maggiore o minore, una costruzione; che le radici più solide non sono quelle che si ricevono, ma quelle che si decidono di tenere. Non è una consolazione facile. È, semmai, una responsabilità più pesante e più chiara di quella che la tradizione affida a chi nasce dentro di essa. La tradizione dice: sei questo. L’identità costruita dice: devi scegliere cosa essere, e poi esserlo davvero.

Ivana Tuzi

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