//Cibo e alimenti buttati: una autentica vergogna

Cibo e alimenti buttati: una autentica vergogna

di | 2026-02-08T01:30:14+01:00 8-2-2026 1:00|Punto e Virgola|0 Commenti

Ricchi e spreconi. Nelle nostre case il cibo spesso (ma non sempre) abbonda, ma non viene consumato: finisce nella spazzatura quando invece sarebbe ancora più che commestibile. E se proprio non abbiamo voglia di ingerirlo, potremmo donarlo a chi invece ne ha bisogno, ma pigrizia, noncuranza e insensibilità fanno il resto e quindi viene buttato nel bidone.

In Italia oltre 5 milioni di tonnellate di alimenti sono stati sprecati nel 2025 per un valore complessivo di oltre 13 miliardi e mezzo di euro. Una fotografia allarmante scattata nel rapporto presentato in occasione della Giornata nazionale della lotta allo spreco alimentare da Foodbusters ODV (celebrata il 5 febbraio). Lo scorso anno, secondo i dati basati sull’Osservatorio Waste Watcher e sul rapporto Ipsos, ogni cittadino ha sprecato in media 555,8 grammi di cibo a settimana, in calo rispetto ai 683 grammi del 2024 (-18,6%), ma ancora al di sopra della media europea e lontano dall’obiettivo di dimezzamento fissato dall’Agenda Onu al 2030. Il Centro Italia registra il dato più basso (490,6 grammi settimanali), seguito dal Nord (515,2 grammi), mentre Sud e Isole rimangono l’area più critica con 628,6 grammi pro capite. Tra i nuclei familiari, le famiglie con figli mostrano i comportamenti più virtuosi (461,3 grammi settimanali), confermando una maggiore attenzione alla pianificazione degli acquisti.

Lo spreco alimentare si concretizza lungo tutta la catena di produzione e di consumo del cibo. Si stima che, ogni anno, un terzo di tutto il cibo prodotto per il consumo dell’uomo vada sprecato. Soprattutto nei paesi ricchi, una grande parte di cibo ancora buono viene buttato direttamente dai consumatori. Mentre un’altra grandissima parte del cibo si spreca durante tutto il processo di produzione degli alimenti. Nei paesi in via di sviluppo infatti lo spreco alimentare domestico è quasi nullo, invece la maggior parte del cibo viene sprecato durante le fasi intermedie di produzione o per problemi di conservazione.

Ma se i risultati dimostrano che gli italiani sono migliorati (solo 79,14 grammi ogni giorno a testa), la somma delle perdite e degli sprechi alimentari totali tocca cifre vertiginose: vale infatti oltre 13 miliardi e mezzo complessivamente tutta la filiera del cibo sprecato in Italia. Di questi, oltre ai 7,3 miliardi di euro di sprechi casalinghi, ci sono i quasi 4 miliardi nella distribuzione, gli oltre 862 milioni dell’industria e oltre un miliardo nei campi. Nella hit dei cibi sprecati la frutta fresca (22,2 g), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g), segue l’insalata (18,8 g) e cipolle/aglio/tuberi (17,2 g). 

In termini di impatto ambientale si tratta di un problema enorme. Le perdite di cibo e lo spreco alimentare in generale rappresentano un grandissimo spreco di risorse usate per la produzione come l’energia, l’acqua e la terra. Produrre cibo che non sarà consumato porta a sprechi non necessari di fonti fossili, largamente impiegate per coltivare, spostare, processare il cibo, insieme al metano prodotto dalla digestione anaerobica che si ha quando i rifiuti alimentari vengono buttati in discarica. Queste emissioni contribuiscono in maniera cruciale al cambiamento climatico. Si calcola che se lo spreco alimentare fosse uno stato, dopo Stati Uniti e Cina, sarebbe al terzo posto tra i paesi che ne emettono di più.

Oltre che per le emissioni, lo spreco di cibo è responsabile di una deforestazione sempre maggiore, che porta a una grossa e inutile perdita in termini di biodiversità. Esistono numerose possibilità di riduzione dello spreco alimentare, soluzioni e miglioramenti di tutta la catena di produzione e consumo del cibo. Dall’investire nelle infrastrutture per la conservazione post raccolta, all’aumentare la coscienza e la sensibilità dei consumatori.

Nel 2025 si assiste anche a una rilevante evoluzione del costume sociale nei luoghi di ristorazione. Dal report monitorato in sinergia con Confcommercio e Fipe si sa che 8 italiani su 10 non sprecano il cibo al ristorante perché lo consumano tutto, oppure portano a casa il cibo rimasto: il 93% dei clienti lo fa e non si vergogna più di farlo. E’ in questo contesto che arriva il Donometro, la prima app nata per facilitare la donazione delle eccedenze alimentari da parte di pubblici esercizi a enti del Terzo Settore. 

Se il cibo non è più buono per il consumo umano, può essere utilizzato come nutrimento per il bestiame e diventare così un’ottima alternativa alla produzione di mangimi per gli animali. Non coltivare cibo che verrebbe successivamente sprecato resta comunque la soluzione migliore. Negli ultimi anni il movimento contro lo spreco alimentare e la coscienza generale riguardo a questo problema si è molto diffusa grazie alle tante associazioni ambientaliste e culinarie che hanno portato avanti campagne di sensibilizzazione e progetti per ridurre lo spreco.

“Il sistema si è rotto, perché, in fondo, sta bene così com’è a chi lo gestisce – spiega Diego Ciarloni, presidente di Foodbusters ODV – Oggi il cibo buono finisce per valere meno dell’immondizia. La gestione dei rifiuti, infatti, è un sistema industriale finanziato e strutturato; il salvataggio del cibo, invece, è delegato al sacrificio permanente di volontari che usano i propri mezzi e i propri garage come magazzini. Finché il recupero sarà trattato come un ‘favore marginale’ e non come un lavoro sociale professionale, non ci sarà mai una vera economia circolare”.

Le mense scolastiche, ad esempio, sono uno dei casi più eclatanti di spreco alimentare: “Veniamo invitati nelle scuole a parlare di ambiente – prosegue Ciarloni – ma nelle mense scolastiche si butta ancora il 30% del cibo preparato (il 17% dai piatti e il 13% di cibo intatto). Non esiste alcun caso in cui, dopo i nostri incontri, le istituzioni abbiano attivato un recupero strutturale. Parlare di ambiente ai giovani senza dare l’esempio pratico nelle proprie mense è pura retorica che offende le nuove generazioni”. Tra le proposte avanzate dall’organizzazione c’è quella di passare dal volontariato al welfare del cibo con l’obbligo di donazione delle eccedenze per grande distribuzione organizzata, mense scolastiche e ristorazione collettiva sul modello francese.

La domanda, a questo punto, è molto semplice: ce lo possiamo permettere? E la risposta è altrettanto semplice: no, assolutamente no. E non solo perché, come direbbe la nonna, “è un peccato” (mortale, viene da aggiungere), ma perché i danni sono di varia natura e tutti ugualmente pericolosi. Cerchiamo di ricordarlo quando, a cuor leggero, buttiamo nella pattumiera cibo e alimenti che invece potremmo tranquillamente consumare o regalare.

Buona domenica.

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