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Che il nonno sappia parlare al nipotino…

di | 2026-04-02T23:32:48+02:00 5-4-2026 0:10|Cultura, Sezione 3|0 Commenti

MILANO – “E il vecchio diceva, guardando lontano://”Immagina questo coperto di grano, //immagina i frutti e immagina i fiori//e pensa alle voci e pensa ai colori//e in questa pianura, fin dove si perde, //crescevano gli alberi e tutto era verde”: sono parole tratte da “Il vecchio ed il bambino” (1972) del cantautore Francesco Guccini che narrano di un anziano ed un bambino mentre camminano tenendosi per mano in una terra desolata. “Polvere rossa … tetre colonne di fumo nero… il sole brillava di luce non vera”. il vecchio, commosso, non sa come spiegare l’operato dell’uomo a chi non ha vissuto in quei tempi, quando ancora l’equilibrio con la Natura non era stato turbato.

La copertina dell’album “Radici” di Francesco Guccini

In una sorta di passaggio generazionale del testimone, in quell’anafora insistita della congiunzione “e” che invita ad immaginare e percepire colori, suoni, odori ormai scomparsi, si può leggere tutta la sofferenza e lo sconforto dei vecchi che non sanno, appunto, più trovare motivazioni per gli eventi di un mondo che si avvia inevitabilmente verso lo sfacelo. Certo, assuefatti a guardare solo il superfluo, qualcuno potrebbe obiettare che non è corretto lessicalmente ricorrere al termine “vecchi” ed invitare all’uso di perifrasi fantasiose. Quale inutile esercizio di vuoto formalismo di fronte ad una realtà sempre più tragica! Al contrario sono di una logica strettamente consequenziale le domande dei piccoli che esigono risposte esaurienti e concrete per fugare i loro dubbi.

Il vecchio e il bambino

Da quelli che riguardano i grandi temi di fronte ai quali anche gli adulti sono perplessi, a quelli del quotidiano. Difficile spiegare loro il senso della morte quando chiedono perché siano andate via per sempre persone amate, presenze costanti della loro vita. Disarmante, fra le tante, l’obiezione di un piccolo nipotino che, ascoltate le pietose e amorevoli bugie dei familiari, afferma candidamente di aver capito che il nonno è diventato una stella che lo protegge dal cielo, ma che non c’era alcun motivo perché non portasse il cellulare con sé. Con gli adolescenti la mancanza di coerenza dei “vecchi rischia di divenire sempre più grave. Che valore può ancora avere parlare di pace in un contesto insanguinato dalla cosiddetta terza guerra mondiale diffusa o pretendere che considerino gli adulti, che si comportano in maniera irrazionale e violenta, dei modelli educativi. Come aspettarsi che operino in modo corretto e consapevole se tutt’intorno vige solo la categoria del “conveniente”, veicolato costantemente dalle valangate di accattivanti immagini sui social.

Sarebbe bello e necessario che ogni adulto prendesse nuovamente per mano il proprio piccolo e lo accompagnasse con le sue parole ed il suo esempio nella crescita, sarebbe giusto che ogni percorso di formazione affettivo e sociale non fosse delegato tutto all’esterno sia che si faccia riferimento alla scuola, ad esperti psicologi o peggio a guru dell’ultima ora del web. Sulla pagina del Ministero dell’Interno “Mappatura nazionale delle baby gang, una realtà in aumento in Italia” si legge che si tratta di un fenomeno diffuso in tutte le regioni e che queste organizzazioni non strutturate di minori compiono azioni violente, spesso senza un movente specifico, “espressioni di un disagio derivante il più delle volte da mancata inclusione o assenza di modelli di riferimento all’interno della famiglia, più che da una vera e propria volontà criminogena”.

Il corto circuito fra esclusione, criticità politica ed economica globale e disponibilità pressoché illimitata di risorse digitali è, di conseguenza, inevitabile. Di fronte ai tanti episodi di violenza adolescenziale la stretta repressiva non può e non deve essere l’unica risposta. Nei giorni scorsi uno studente di una scuola media in provincia di Bergamo ha pubblicato su Telegram, prima di accoltellare la sua professoressa di Francese, questo agghiacciante manifesto: “Non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo”.

A tanta disumana e fredda lucidità si potrebbe contrapporre l’immagine con cui si conclude il pezzo di Guccini: “Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, //e gli occhi guardavano cose mai viste//e poi disse al vecchio con voce sognante://”Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”. Con l’auspicio di recuperare solidi rapporti familiari e legami interpersonali, oltre che percorsi educativi di formazione e crescita gestiti da adulti presenti e responsabili. Le vecchie generazioni potranno così guidare le nuove verso un orizzonte “in cui il rimpianto diventa speranza e il ricordo diventa sogno.

Adele Reale

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